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«Aspi, serve un segnale dal governo Con l’intesa può ripartire il paese»

La proposta sul tavolo c’è, è arrivata il 5 marzo scorso ma per trovare un’intesa «serve una controparte». Certo, di mezzo c’è stata l’emergenza Covid-19 e quindi ben altre priorità per il governo ma «poichè ora l’obiettivo è la ripartenza, nell’interesse più ampio del paese confido che l’esecutivo tenga conto del fatto che ogni miliardo impegnato da Autostrade genera ricadute positive per 2,5 miliardi, pari a 25 mila nuovi posti di lavoro». Roberto Tomasi, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, in questo colloquio con Il Sole 24 ore, mette in fila i numeri della compagnia perché sia ben chiaro un concetto: il gruppo è determinato a procedere con i 2,9 miliardi di impegni inseriti nella proposta, la situazione però è delicata, il rating pesa, rende difficile l’accesso al credito e costringe l’azienda a chiedere la garanzia dello Stato sulle nuove linee. Insomma, l’impasse in qualche modo va superata. Anche se non si può dimenticare che punto di partenza del declino è stata la tragedia del Ponte Morandi.

La trattativa con il governo sul Milleproroghe è entrata in una fase decisiva?

Un accordo per essere raggiunto ha bisogno di una controparte, la nostra proposta è stata presentata il 5 marzo scorso a valle di un confronto avuto con l’esecutivo. Successivamente abbiamo inviato delle ulteriori comunicazioni, dei punti d’attenzione. Tutto questo in un quadro che presenta diverse criticità. Abbiamo necessità di accedere al credito attraverso le vie ordinarie per poter sostenere gli investimenti e gli interventi in manutenzione. In questa situazione però non è fattibile a causa del downgrade del nostro rating generato dal Milleproroghe e così abbiamo dovuto attivare con la capogruppo Atlantia una linea da 900 milioni.

Quando contate si possa sbloccare la situazione?

Comprendiamo perfettamente il momento di difficoltà, è naturale che in queste settimane il pensiero principale sia stato la gestione della pandemia. La nostra proposta da 2,9 miliardi è ancora sul tavolo. Ci sono 1,5 miliardi di investimenti e 700 milioni di interventi di manutenzione in più rispetto a quanto già concordato, oltre a 700 milioni in larga parte già liquidati al commissario Bucci per il nuovo viadotto sul Polcevera. In generale abbiamo un piano da 14,5 miliardi al 2038 a cui si aggiungono 7 miliardi in manutenzione, con un incremento di quasi il 50% di spesa rispetto al passato.

Per farli serve avere denaro a disposizione, cosa che voi, stante il rating spazzatura e la spada di Damocle del Milleproroghe avete difficoltà a reperire. Come vi state muovendo? Navigate a vista?

Avremmo intenzione di andare avanti con estrema determinazione, in piena continuità. Detto questo si può partire solo se c’è intesa con il governo, solo quando saranno chiari i rapporti tra le parti. Difficile immaginare che qualcuno possa concederci credito in questa fase: il nostro indebitamento per realizzare gli investimenti dovrà salire fino a 13 miliardi, condizione che dovrà essere riflessa nei ragionamenti col Governo, per applicare anche ad Aspi regole non di favore, ma già in essere per altri importanti concessionari nazionali.

Contate di fare ricorso alla garanzia dello Stato prevista dal Dl Liquidità?

Nostro malgrado, non c’è altra via. Il decreto Milleproroghe con il taglio del rating che abbiamo subito a gennaio ha condizionato immediatamente la nostra possibilità di accedere al credito, anche alle linee che erano in discussione. Stiamo lavorando per ottenere una cifra attorno a 1,2 miliardi per stipendi e investimenti. Mi auguro che anche con Cdp si riesca a raggiungere una soluzione per sbloccare linee definite nel 2017.

Pensa che quando verrà trovata un’intesa con l’esecutivo il giudizio sul merito di credito tornerà sui livelli precedenti?

Secondo le agenzie di rating, le valutazioni negative dipendono dal cambio delle regole in corsa e per legge. Naturale che l’azienda debba scontare un profilo normativo mutevole. Appena i mercati vedranno il ritorno di un quadro regolamentare stabile, frutto di un accordo equilibrato, è prevedibile un riequilibrio. Ma ci vorrà molto tempo.

Detto questo, che cosa manca perchè possa essere siglato un accordo con Roma?

Se l’interesse in questo momento è tutto rivolto alla ripartenza allora non si può non considerare che gli investimenti di Autostrade hanno un moltiplicatore di 2,5 volte sul Pil e tutto a beneficio dell’indotto italiano. In altre parole se noi investiamo 1 miliardo generiamo 2,5 miliardi a livello paese. Parliamo di dare posti di lavoro a circa 25 mila persone. Possiamo rappresentare un volano fondamentale per l’economia. E questi sono numeri certi, frutto di un’analisi precisa. Nonostante il contesto abbiamo avviato bandi di gara per servizi di ingegneria per 450 milioni di euro in queste settimane, 300 milioni sono già partiti e ci apprestiamo a realizzare il più grande polo ingegneristico del paese con ben 1000 ingegneri. Come detto siamo pronti a garantire 14,5 miliardi di investimenti fino al 2038.

Normale chiedersi, tuttavia, se un tale cifra non sia il frutto dei mancati interventi fatti negli anni passati…

Questa somma nasce da uno studio accurato di quello che è necessario perché al 2038, ossia al termine della concessione, la rete abbia ancora vita utile. La tragedia del Ponte Morandi ha imposto una radicale e doverosa modifica della prospettiva. Abbiamo rivisto tutto in modo molto critico, abbiamo realizzato una profonda analisi di tutte le nostre 4.500 opere principali nell’ottica di un’estensione della loro durata. L’Italia fatica ad avere progettualità di lungo termine, per questo è fondamentale che la nostra drammatica esperienza sia utile a tutti.

Permane un tema burocrazia, di cui voi e spesso anche gli altri concessionari vi siete lamentati.

In proposito, anche in un’ottica di ripartenza vera, credo sia indispensabile che venga modificato il codice degli appalti. I numeri non funzionano: i tempi di attraversamento sono enormemente più elevati rispetto al resto d’Europa. Per l’aggiudicazione di una gara in Francia e Spagna si parla di tre o sei mesi, in Italia si arriva a 12-15 mesi. Non chiediamo regole speciali, ci basta essere in linea con gli altri paesi dell’Unione.

Difficile dimenticare che Autostrade si trova in questa situazione come conseguenza del crollo del Ponte di Genova. Al di là dell’autocritica, da allora cosa è cambiato in azienda?

Sono passati quasi due anni e se dopo il Decreto Genova alcuni degli elementi chiave del cambiamento faticano a partire, come l’Agenzia per la sicurezza infrastrutturale, noi non potevamo permetterci di restare fermi. Anche grazie a stimoli esterni, come quelli dell’Autorità giudiziaria o del ministero delle Infrastrutture, abbiamo avviato una drastica trasformazione che va oltre i processi. Abbiamo ripensato tutto, uomini, meccanismi di crescita dei giovani talenti, procedure interne, sistemi di monitoraggio. Abbiamo rotto una serie di schemi avviando peraltro una vera e propria rivoluzione digitale, nata anche dalla presa di coscienza di quanto sia strategica per noi la gestione delle informazioni. Abbiamo rimesso al centro il concetto di sostenibilità.

Questi cambiamenti sono avvenuti anche sul piano manageriale, di certo è cambiato l’amministratore delegato, ma gli altri?

Abbiamo compiuto una verifica di tutto il nostro middle management. Sulle direzioni di tronco la rotazione è stata dell’80%.

Aspi, come altre aziende non è certamente immune all’emergenza Coronavirus, anzi è stata tra le più colpite. È ripreso il traffico sulla rete? Che aspettative avete?

L’emergenza Coronavirus ci preoccupa, per l’anno in corso abbiamo stimato minori ricavi per 1 miliardo e anche se recupereremo qualcosa nel 2021 ipotizziamo un rosso di 300 milioni anche per il prossimo esercizio. Ma non rinunciamo a svolgere il nostro ruolo nell’interesse dell’azienda e del paese.

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