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Aspi, da Atlantia sì alla vendita Oggi la firma con Cdp-fondi

A 21 anni dalla privatizzazione di Autostrade, processo che all’epoca aveva valorizzato l’intero asset circa 8,3 miliardi, la principale rete del Paese torna nelle mani dello Stato a un prezzo di 9,3 miliardi. Oggi infatti ci sarà la firma ufficiale dell’accordo vincolante di cessione da parte di Atlantia al consorzio guidato da Cdp, ma intanto ieri è avvenuto il primo passaggio formale: il via libera all’operazione da parte del cda della holding controllata dai Benetton. Più lontano il closing vero e proprio, previsto non prima di fine novembre a fronte di alcune condizioni sospensive che dovranno verificarsi entro marzo 2022.

A sbloccare la situazione, ancora diverse settimane fa, oltre al sigillo dell’assemblea degli azionisti del 31 maggio che ha detto sì alla vendita con circa l’88% del capitale presente, sono stati i nuovi termini della proposta presentanti dalla newco guidata da Cassa. Il veicolo, controllato dall’ente con il 51% e partecipato da Blackstone e Macquarie con il 24,5% a testa, ha messo a punto un’offerta che di fatto ha smussato gli ultimi angoli di un negoziato lungo quasi un anno. A partire dalla valorizzazione che, nell’ultima versione, è tutto sommato in linea con le attese, e dalle garanzie che, così riviste, «proteggono» Atlantia perché inserite in una nuova dinamica di «gestione dei contenziosi».

In particolare, la valutazione è certamente la questione centrale. L’offerta da 9,3 miliardi, come sottolineato da Atlantia stessa nella relazione illustrativa predisposta dal cda in vista dell’assemblea di fine maggio, «non si discosta in maniera significativa dal limite inferiore del range di valore stimato per il 100% del capitale» dalle banche advisor della holding (9,3-9,5 miliardi) che, peraltro, avevano tenuto conto anche degli ipotetici ristori Covid (fino a 300 milioni). Cdp, Blackstone e Macquarie, hanno valorizzato tutta Aspi 9,1 miliardi ma il board, nella valutazione della congruità, ha fatto notare che la remunerazione del capitale investito al 2% da qui al closing porterà altri 180-230 milioni in cassa. Il documento fa luce anche sulle “Special Indemnity” e sull’earn-out legato ai ristori per il calo del traffico nel secondo semestre 2020 e nel 2021 causa Covid. Riguardo alle garanzie che Atlantia dovrà fornire su alcune cause pendenti il cda è chiaro: «Il meccanismo di gestione dei contenziosi contenuto nell’offerta consente ora una puntuale ed effettiva difesa in giudizio delle controversie oggetto di indennizzo e permette di proteggere Atlantia da responsabilità per un ammontare significativo». Nel dettaglio, sul fronte ambientale pur in presenza «di un rischio di soccombenza e di risarcimento di danni caratterizzato da un grado di probabilità basso, parrebbe accettabile assumere il rischio per il massimo indennizzo proposto da Cdp-fondi, cioè 412 milioni». Per tutti gli altri contenziosi, compresi principalmente i danni indiretti legati al Morandi, l’offerta prevede «una gestione coordinata con una condivisione dei rischi tra venditore e compratore (75%-25%) oltre la soglia di 150 milioni di indennizzi, che rimarrebbe invece interamente a carico di Atlantia». Fermo restando il limite complessivo di 459 milioni. E i ristori? È prevista «l’introduzione di una componente aggiuntiva, un cap di 300 milioni per il 100% di Aspi e dunque di 264 milioni per l’88%».

Non sono mancati poi alcuni aggiustamenti sul fronte della governance, come il prossimo ingresso nel cda della concessionaria di uno “uomo” della cordata come “osservatore speciale” che sarà indicato entro 10 giorni dalla firma dell’intesa. Oltre alla ridefinizione della clausola dell’interim management (dal signing al closing), che ha limitato le operazioni vietate all’acquisto o alla vendita di aziende e nuovi investimenti in equity, questo per non compromettere l’operatività di Aspi. Infine, è scomparso dall’offerta l’impegno di Atlantia di utilizzare i proventi della compravendita per il rimborso del debito nei confronti dei finanziatori, inclusa Cdp.

Manca da capire, a questo punto, cosa faranno Allianz, Edf e Silk Road, i soci di minoranza presenti nel capitale di Autostrade con una quota prossima al 12%. Il consorzio, nel caso, sarebbe pronto a rilevare anche quel pacchetto ma allo stato non sarebbe ancora stato avviato alcun confronto formale. E in ogni caso non c’è alcuna preclusione rispetto a una permanenza di tali soci nel capitale. Chi esce definitivamente invece è Atlantia e con essa i Benetton, a quasi tre anni dal crollo del Ponte Morandi.

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