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Aspi a controllo pubblico, Benetton in uscita

Un aumento di capitale da almeno 3 miliardi dedicato a cassa depositi e prestiti, che la porterà al 33% di Autostrade, una cessione di quote pari al 22% della stessa Aspi da parte di Atlantia a un investitore istituzionale (o a più investotori graditi e individuati da Cassa) e infine una scissione di Aspi contestuale all’Ipo che vedrà Edizione diluirsi all’11%. Inoltre la garanzia del debito di Aspi (5 miliardi) oggi in capo ad Atlantia passerà a carico di nuovi investitori. Dopo il lungo Consiglio dei ministri notturno che ha conosciuto momenti di grave tensione sia tra i rappresentanti del governo sia tra questi e la controparte (ad un certo punto il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha sottoposto ai colleghi la proposta di accordo di Aspi, si sono chiusi in una stanza di Palazzo Chigi e i toni alti sono stati sentiti a lungo dai ministri rimasti in attesa) si comincia a intravvedere la via d’uscita dei Benetton da Aspi e la soluzione della ormai annosa questione Autostrade. Nessuna revoca, fino all’ultimo minacciata dal premier e voluta dal M5s, ma ricapitalizzazione e ingresso dello Stato in posizione predominante tramite Cdp con uscita graduale di Atlantia e quindi dei Benetton. In fondo è lo schema fin dall’inizio caldeggiato da Gualtieri e dal Pd, che non a caso si intestano il risultato per primi.

«Un risultato di grande importanza per i cittadini e per l’Italia – è il commento soddisfatto del ministro dell’Economia -.Il nuovo assetto societario e il ruolo guida che in esso avrà Cassa depositi e prestiti potranno garantire un elevato grado di tutela dell’interesse pubblico e di cura dell’efficienza e della sicurezza della rete. La quotazione della società e l’apertura dell’azionariato a un numero elevato di investitori istituzionali permetterà di partecipare al rilancio di un’infrastruttura strategica e costituirà una proficua opportunità di impiego per il risparmio italiano nell’economia reale e nello sviluppo del Paese». Parole di soddisfazione anche da parte della ministra dem per le Infrastrutture Paola De Micheli («la soluzione tutela l’interesse pubblico di tutti gli italiani e i lavoratori dell’azienda»), che pure è finita nel mirino di Conte per aver reso pubblica prima del Cdm notturno una sua lettera al premier contraria alla revoca. E da parte del segretario di Nicola Zingaretti, che rilancia su Ilva: «Una bella giornata. Ora, dopo Alitalia e Aspi, ci si impegni sul dossier Ilva. La strada indicata è quella giusta: un grande polo siderirgico per l’acciaio green».

Dal Mef e da Palazzo Chigi si insiste sul gioco di squadra tra il premier e il suo ministro dell’Economia: Conte ha alzato la posta per ottenere il risultato, e anche per renderlo digeribile al M5s inchiodato sulla richiesta di revoca fino all’ultimo. L’uscita dei Benetton, sia pure graduale, può essere incassata dal movimento. Ma in effetti senza grande entusuasmo, a sentire il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Non è stato facile fronteggiare un colosso come i Benetton ma lo Stato ha dimostrato di saper fare lo Stato. Ma la revoca non è ancora esclusa». E sull’estromissione della famiglia Benetton insiste, non a caso, anche Conte intestandosi un risultato «inedito», ossia l’affermazione del principio che «le infrastrutture pubbliche sono un bene pubblico prezioso». Soddisfazione anche se cauta, pure da parte di Italia Viva. Matteo Renzi, che avrebbe voluto una ricapitalizzazione di Atlantia, preferisce non commentare senza prima conoscere i dettagli dell’accordo. Ma certo l’abbandono della revoca è un risultato positivo anche per lui.

Diversi, naturalmente i toni dell’opposizione: Matteo Salvini e Giorgia Meloni vedono nell’accordo una vittoria di fatto dei Benetton testimoniata dal rialzo delle quotazioni in Borsa («i Benetton festeggiano», «finisce a tarallucvi e vino»). Mentre Forza Italia, con Maria Stella Gelmini e Antonio Tajani, stigmatizza «l’esproprio statalista».

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