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Aspettando la Fed Adesso sono in maggioranza le colombe dei tassi fermi

Per gli Usa la situazione è migliore di quanto si potesse immaginare a fine 2014, ma non è sicuro che possa esserci il cambio di rotta. L’appuntamento più atteso di questo fine estate inizierà il prossimo mercoledì e finirà il giorno dopo, il 17 settembre. Si tratta della riunione del Federal open market committee (Fomc), il braccio operativo della Federal Reserve, la banca centrale americana. In agenda c’è il primo rialzo del tasso d’interesse principale, fermo nella forchetta compresa tra lo 0% e lo 0,25% dal 16 dicembre 2008, dopo il collasso di Lehman Brothers. Nella lunga battaglia fra falchi e colombe c’è infatti l’incognita della Cina. 
Dati e altri misteri
Se si volessero solo analizzare i dati, è probabile che Janet Yellen, presidente della Fed, opterebbe per un incremento del costo del denaro. «Un aumento magari simbolico, di 25 punti base, fino allo 0,50%, ma capace di dare un segnale ai mercati finanziari», ha scritto Goldman Sachs la scorsa settimana. Del resto, dagli ultimi dati del Bureau of labor statistics (Bls) emerge che il tasso di disoccupazione in agosto si è attestato al 5,1%, il livello più basso dal 2008, e che negli ultimi dodici mesi l’economia americana ha creato, in media, 247 mila unità lavorative al mese. Inoltre, il Pil registrato nel secondo trimestre dell’anno in corso ha visto un’espansione del 3,7 per cento. Un aumento «che lascia spazio a una normalizzazione dei tassi con inizio a settembre», ha spiegato Hsbc, che prevede il Pil americano in crescita del 2,7% nel terzo trimestre e del 2,8% nel quarto.
Alla luce di ciò, in molti desiderano evitare che si creino squilibri dovuti alla troppa liquidità. Tra i falchi, ovvero chi vorrebbe una restrizione del credito dopo anni di condizioni favorevoli per gli operatori finanziari, troviamo Jeffrey Lacker, presidente della Fed di Richmond, e James Bullard, numero uno della Fed di St. Louis.
Lacker è nato a Lexington, nel Kentucky, nel 1955 e ha preso il dottorato in Economics alla University of Wisconsin. Nel suo ultimo discorso, pronunciato il 4 settembre scorso, ha spiegato che i dati economici suggeriscono che un aumento del tasso d’interesse è «sicuro» il più presto possibile. Questo perché con la crescita dei consumi domestici e l’incremento del reddito disponibile, bisogna monitorare i tassi reali, che da circa sei anni sono negativi. «Bisogna aumentare il Fed funds rate prima possibile. Questo scenario non è più sostenibile», ha detto Lacker. Della stessa opinione è Bullard. «I fondamentali sono positivi. Inoltre, non credo che la recente volatilità sui mercati finanziari, derivante dagli squilibri della Cina, possa cambiare il percorso intrapreso dalla Fed», ha detto due settimane fa. La conseguenza è che anche lui ritiene che debba essere iniziato il percorso di normalizzazione della politica monetaria della Federal Reserve. Una visione condivisa anche da Esther George (Kansas City), Loretta Mester (Cleveland), Richard Fisher (Dallas) e Charles Plosser (Philadelphia). Tuttavia, secondo il meccanismo di voto della Fed, solo un falco avrà questo diritto nel prossimo meeting, cioè Lacker. Gli altri, lo avranno nel 2016.
Chi spinge per il no
E poi ci sono le colombe, ovvero chi vuole mantener allentati i cordoni della liquidità, per evitare eventuali choc esogeni, sia a livello domestico sia sui mercati emergenti. La prima è la Yellen, seguita dal suo vice Stanley Fischer, ex capo della Bank of Israel. Entrambi, però, hanno un atteggiamento pragmatico. «Nulla è deciso, perché i mercati sono in evoluzione. Ragionare a compartimenti stagni e per dogmi non è nella nostra intenzione», ha detto due settimane fa Fischer, commentando le turbolenze legate alla Cina.
Sono altre le figure più propense a mantenere bassi i tassi: William Dudley, alla guida della Fed di New York dal 2009, ed Eric Rosengren, numero uno della Fed di Boston. Il più contrario al rialzo del Fed funds rate è Dudley. Nato nel 1952 e con in tasca un dottorato in Economics a Berkeley, prima di prendere il posto che fu di Timothy Geithner è stato per un decennio il capo economista statunitense di Goldman Sachs. Secondo Dudley «non c’è alcuna fretta di alzare i tassi a settembre». Prima, bisogna verificare che i mercati finanziari non vengano urtati da questa decisione.
Uno dei maggiori esperti della politica monetaria della Fed, Joseph LaVorgna, capo economista americano di Deutsche Bank, ha cambiato idea la scorsa settimana. «Le recenti turbolenze sui mercati mi inducono a pensare che non ci sarà alcun rialzo fino a ottobre», ha scritto in un report destinato ai clienti istituzionali. Tra i membri votanti del Fomc, tuttavia, pare esserci una maggioranza. Stando all’ultima analisi di LaVorgna, il 60% degli aventi diritto al voto ha un atteggiamento accomodante, il 30% neutrale e solo il 10% restrittivo.
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