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E Arvedi a Trieste lancia la riconversione “Gas e forni elettrici”

Il Gruppo Arvedi rivendica, oltre al completo risanamento di uno dei siti più inquinati d’Italia (Servola), la prima riconversione green di una acciaieria in Europa. Accade tra Cremona e Trieste, dove la chiusura dell’area a caldo, e relativa eliminazione della ghisa, ha costretto a ripensare il modello produttivo, mirando a usare solo rottame ferroso rilavorato con forni elettrici. Due impianti complementari, uniti da un treno navetta, con i prodotti finali destinati all’Europa centro-orientale. Un investimento di oltre 320 milioni, di cui 250 spesati da Arvedi e il resto con finanziamenti statali.
La vicenda sta dentro alla cornice del Green Deal Ue, per cui gli acciaieri europei si sono impegnati a ridurre entro il 2030 del 30% le emissioni rilevate nel 2018 e alla neutralizzazione entro il 2050. «Le necessarie politiche europee – commenta Mario Caldonazzo, amministratore delegato di Gruppo Arvedi – implicano un rischio: il carbon leakage ovvero lo spegnimento di industrie siderurgiche nel nostro Continente e lo spostamento di produzione in aree del mondo meno ecologicamente attente. L’effetto per la salute del pianeta peggiorerebbe. Il nostro piano, invece, prevede che continueremo a produrre acciaio, ma con strategie di massimo contenimento dell’impronta di carbonio».
La mossa di Arvedi indica una direzione di marcia. E troverà emuli, essendo un leader nel settore. Le stime per quest’anno prevedono ricavi superiori ai 3,5 miliardi, un cambio di passo importante potrebbe intervenire se riuscisse a rilevare da Thyssen l’Acciaieria di Terni (in corsa vi è anche Marcegaglia). Tutte sfide che toccano ora alla seconda generazione, posto che il cavalier Giovanni Arvedi, alla soglia degli 84 anni, a breve passerà il testimone al nipote Mario Caldonazzo, lasciando la presidenza del Gruppo. Il piano in parte è già in atto: lo stabilimento dell’area a caldo della Ferriera di Servola a Trieste è stato demolito nelle scorse settimane. Ma di nuovo vi è l’integrazione all’Accordo di programma condiviso a metà 2020 con Mise ed enti locali. Di nuovo c’è l’ulteriore investimento di un centinaio di milioni, che implica anche il pressoché totale assorbimento dei dipendenti in esubero a Trieste. «Siamo pronti – dice Caldonazzo – e ora per l’attuazione di questa nuova tranche di intervento, finalizzato alla massima garanzia di tutela ambientale e alla modernizzazione più spinta degli impianti di Cremona e Trieste, attendiamo che avvenga la permuta dei terreni su cui costruire lo stabilimento nuovo triestino e la definizione della misura dei fondi pubblici».
Il cronoprogramma è definito. I capitoli più cospicui consistono nella nuova centrale a gas (56 milioni, in esercizio a fine anno), nelle linee di zincatura e verniciatura (86 milioni, pronte a settembre ‘22), nei processi di riciclaggio e trattamento del rottame ferroso (38 milioni, entro l’anno), nel progetto di ricerca e sviluppo sperimentale per la produzione di acciaio liquido senza ghisa (32 milioni, prove attese a fine anno). Le linee di finanziamento sono già state definite, con procedure di green loan con Sace e Bei. I cantieri sono in corso. Per esempio, la centrale elettrica di ultima generazione, con turbina a gas Ansaldo inizierà le prove di funzionamento il mese prossimo. Come l’impianto a Cremona per abbattere gli inquinanti presenti nel rottame ferroso. A questi capitoli si aggiunge una ulteriore nuova linea di zincatura (70 milioni), e la produzione di idrogeno verde con elettrolizzatori alimentati a energia solare (20 milioni).
Il modello lega i siti di Cremona e Trieste: la logistica è un fattore essenziale. Il rottame ferroso o il semilavorato (per esempio dall’Ilva di Taranto) arriverà via nave a Trieste. Da qui verrà trasbordato sui convogli ferroviari diretti a Cremona. I coils lavorati dai forni elettrici torneranno poi in treno a Trieste per la zincatura e verniciatura. Ultimo viaggio verso le industrie mitteleuropee e la Polonia, con le sue fabbriche di elettrodomestici.
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