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Articolo 18, Confindustria chiede modifiche

di Roberto Bagnoli

ROMA — L'ultima l'hanno scoperta sabato, ma secondo gli esperti di Confindustria sono una decina le modifiche che il ministero del Lavoro ha apportato al testo sbarcato in Parlamento rispetto a quello varato dal Consiglio dei ministri. E sono tutte variazioni giudicate peggiorative, destinate a portare rigidità ulteriore a carico delle imprese.
I giuslavoristi di viale dell'Astronomia non credevano ai loro occhi. Hanno letto e riletto il testo per rendersi conto che sull'articolo 18, nel capitolo licenziamenti disciplinari, è stata modificata la «tipizzazione» dei contratti dando maggiore discrezionalità al giudice. Per loro si tratta di un danno «di gran lunga più grave» di quello introdotto con la modifica ai licenziamenti per motivi economici prevedendo anche in quel caso la possibilità che il giudice disponga il reintegro in alternativa all'indennità.
In pratica, nell'ultima versione il magistrato avrà mani più libere nel valutare la proporzionalità della sanzione all'infrazione e l'eventuale ritorno in azienda. La scoperta è avvenuta nello stesso giorno di massima tensione tra il ministro del Lavoro e gli imprenditori. Elsa Fornero era arrivata ad accusare le imprese di essere le vere responsabili del caso «esodati» e da Confindustria in serata avevano risposto dichiarandosi «sgomenti e sorpresi». Più articolata e riflessiva, ma non per questo meno dura, la risposta dell'associazione affidata al quotidiano di casa, Il Sole 24 Ore.
«Presidente Monti, qual è il prossimo passo? — scrive il direttore generale Giampaolo Galli — Nuove tasse e una recessione ancora più pesante? Non ci sembra possibile». Poi si augura che ci sia ancora il tempo per «realizzare in Parlamento una riforma del lavoro che serva davvero alla crescita». E spera che il patrimonio di credibilità di Monti venga usato «per spiegare alle persone che purtroppo la crisi non è finita».
L'ultima versione del testo sui licenziamenti disciplinari crea allarme nel mondo delle imprese perché indebolisce ancora di più la flessibilità in uscita a fronte di un irrigidimento su quella in entrata, secondo le imprese. Una riforma «very bad» l'aveva definita il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia in una intervista al Financial Times e prima ancora di conoscere queste modifiche giudicate peggiorative.
Le aziende, i cui uffici legali hanno inviato in questo periodo centinaia di email a Confindustria per allertarla sullo scenario critico che si verrebbe a creare con questa riforma, chiedono in particolare di eliminare quattro articoli del disegno di legge Fornero, dal 66 al 69 compreso. Con queste norme di fatto si introduce l'obbligo per le imprese di effettuare una sorta di formazione permanente.
Quegli articoli delegano il governo a introdurre un sistema pubblico di certificazione delle competenze e a promuovere l'importanza della formazione dell'individuo in ogni fase della sua esistenza professionale, dice Confindustria. In specie il 66 viene contestato perché non è specificato il ruolo dei fondi professionali in rapporto alle altre strutture formative, come i centri provinciali e gli enti accreditati dalla Regione creando ancora più confusione. Le aziende poi criticano l'articolo 67 perché prevede di affidare al Miur (ministero dell'Istruzione) il compito di costruire «sistemi integrati territoriali collegati organicamente alla strategia per la crescita economica», senza tenere conto che esistono già 21 sistemi di certificazione regionali. Insomma, un aggravio di procedure e di burocrazia in contrasto con la comune volontà di semplificare e di razionalizzare la vita delle imprese.
L'asse Confindustria-Pdl, emerso in tutta la sua chiarezza dopo l'incontro tra la Marcegaglia e Angelino Alfano dell'altro giorno, ieri si è irrobustito ancora di più nonostante la necessità di muoversi con cautela espressa dallo stesso Silvio Berlusconi. «Quando i problemi riguardano serie questioni di contenuto, non possono essere liquidati con battute arroganti», ha affermato il capogruppo del Pdl a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, commentando la reazione di Confindustria.
«Il direttore generale Giampaolo Galli, persona solitamente assai moderata — ha osservato Cicchitto —, pone al governo una serie di problemi che non possono non essere presi in considerazione perché non si tratta di una manovra politica, ma di questioni essenziali che riguardano la vita delle imprese e l'occupazione dei lavoratori».
 

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