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Art. 18, causali rigide e più conciliazione

di Davide Colombo e Giorgio Pogliotti

ROMA – Passa per una stretta tipizzazione delle causali del licenziamento individuale per motivi oggettivi la mediazione finale sul nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E per il rafforzamento della conciliazione preventiva con l'obiettivo di ridurre il contenzioso. In cambio delle «limature» sulla flessibilità, arriverà anche un alleggerimento sulla stretta ipotizzata per le partite Iva e una maggiore gradualità sull'entrata in vigore delle nuove regole.
Sui licenziamenti l'idea è quella di assicurare da una parte l'ipotesi della reintegrazione, sia pure come ultima istanza, in caso di chiusura del rapporto di lavoro per motivazioni economiche giudicate illegittime e, dall'altra, di ridurre il più possibile la discrezionalità del magistrato ancorando il suo giudizio su una serie di fattispecie che definiscono il motivo del licenziamento e che si traducono, se violate, in una serie di aggravanti o attenuanti nella sentenza di condanna del datore di lavoro. Nel primo caso, con le attenuanti, si ricadrebbe nel solo ambito dell'indennizzo, da quantificare sulla base di precisi parametri; nel secondo caso si potrebbe invece arrivare alla previsione della reintegrazione. Per gli altri casi di licenziamento non cambierebbe nulla, con l'illegittimità dei discriminatori e la scelta alternativa (in capo al giudice e non al lavoratore) tra reintegra e indennizzo per quelli disciplinari.
Dopo il lungo vertice notturno di Mario Monti ed Elsa Fornero con i leader di Pdl, Pd e Udc, questa mattina verranno apposte le ultime correzioni al testo del Ddl che dovrebbe essere inviato al vaglio del Colle in giornata per la firma che ne autorizza la trasmissione in Parlamento.
Sulla flessibilità in uscita il premier e il suo ministro, davanti alle richieste dei tre leader politici, avrebbero concordato per un alleggerimento dei vincoli sulle partite Iva (la presunzione di un rapporto di subordinazione in caso di lavoro per 6 mesi con lo steso datore, il conseguimenti del 75% dei ricavi da questo rapporto e il lavoro in una sede di proprietà del datore). Regole che ora verranno alleggerite e che entreranno in vigore con una maggiore gradualità.
Si sarebbe discusso anche delle risorse per il finanziamento del nuovo assetto «universalistico» degli ammortizzatori sociali, sui sarebbe stata trovata la soluzione al Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, superando le ultime perplessità del Tesoro sulla cifra di 1,7-1,8 miliardi che è stata fin qui indicata.
Tornando alle correzioni sulla flessibilità in uscita, e in particolare ai licenziamenti economici individuali, nel vertice notturno si è ragionato a lungo sulla proposta caldeggiata da tutti i sindacati, e sostenuta soprattutto dal leader Pd, Pier Luigi Bersani, di prendere come riferimento il modello tedesco. Con il potenziamento dell'istituto della conciliazione preventiva, al quale dovranno ricorrere le imprese e i lavoratori, anche con l'assistenza delle rispettive associazioni di rappresentanza, l'obiettivo è duplice: assicurare tempi rapidi per la decisione (il documento del governo fissa un termine perentorio di 7 giorni entro il quale la direzione territoriale del lavoro convoca le parti), riducendo drasticamente il contenzioso giudiziario. Oggi, invece, in base alla legge 604 del 1996, modificata dal collegato lavoro del 2010, il tentativo di conciliazione è facoltativo. L'intesa in sede di conciliazione assicura il pagamento di un indennizzo sostanzioso al lavoratore licenziato per ragioni economiche che, in assenza di un accordo, può ricorrere al giudice. Con questa scelta, però, il lavoratore si assume un grosso rischio, perché in caso di conferma della legittimità del licenziamento economico, non vedrà riconosciuto nulla, neanche l'indennizzo economico concordato in sede di conciliazione. L'articolato – dopo le correzioni che verranno introdotte questa mattina – dovrebbe dunque prevedere che quando viene accertata l'inesistenza del giustificato motivo oggettivo, il giudice possa condannare il datore di lavoro anche alla reintegrazione; ma come ipotesi estrema. A ridurre la discrezionalità del magistrato che preoccupa le imprese, dovrebbe contribuire appunto la tipizzazione delle causali di licenziamento.

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