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Art. 18, allarme delle imprese

di Nicoletta Picchio

ROMA
L'altolà del mondo delle imprese era arrivato nella tarda mattinata di ieri, dopo il vertice notturno di martedì tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e i leader dei partiti che sostengono il Governo, Pdl, Pd e Udc. Già ieri mattina, prima ancora della conferenza stampa di Monti e del ministro del Welfare, Elsa Fornero, era emerso che la prima versione della riforma, quella presentata nel Consiglio dei ministri del 23 marzo (e cioè il giorno dopo l'incontro con le parti sociali a Palazzo Chigi), sarebbe stata modificata. E proprio sulla parte cruciale dei licenziamenti, in particolare quelli economici.
«Siamo molto preoccupati per le notizie che stanno trapelando», hanno scritto in un comunicato congiunto le imprese, Confindustria, Abi, Ania, Alleanza delle coop e le altre organizzazioni che avevano sottoscritto il verbale proposto dal presidente del Consiglio, che concludeva il confronto tra le parti. In particolare proprio per la diversa disciplina per i licenziamenti di natura economica (è stata inserita un'ipotesi di reintegro anche per i licenziamenti economici mascherati, vedi articolo a pag. 13, ndr), scrive il comunicato congiunto, e quella che si sta prefigurando sui contratti a termine, specie per quelli stagionali.
«Modifiche inaccettabili», ha messo nero su bianco, in totale sintonia, il mondo delle imprese. Al punto da concludere la nota con un'affermazione dura: se le modifiche dovessero essere confermate, allora si ribadisce come «al Paese serva una buona riforma e che, piuttosto che una cattiva, meglio non fare alcuna riforma». L'altolà, insomma, che aveva mandato in questi giorni la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
Di questi argomenti ha discusso ieri pomeriggio il comitato di presidenza di Confindustria, proprio mentre Monti e Fornero tenevano la conferenza stampa per presentare il disegno di legge. Certo, è stato intaccato il tabù dell'articolo 18. Ma le imprese avrebbero voluto una soluzione più netta, con il reintegro per i licenziamenti discriminatori e nulli e l'indennizzo sul resto. Accettando, per senso di responsabilità, che sui disciplinari venisse introdotta la possibilità di reintegrare il lavoratore. Il Governo, per bilanciare questa retromarcia, ha ridotto le mensilità che le aziende devono pagare come indennizzo, passando dalla forchetta di 15 e 27 mensilità tra minimo e massimo alle 12 e 24 mensilità. Un passo avanti, ma siamo ancora troppo distanti dalle 18 del sistema tedesco, che tra l'altro è il più generoso in Europa.
C'è quindi una forte preoccupazione da parte delle imprese: «L'impianto complessivo della riforma già irrigidisce il mercato del lavoro riducendo la flessibilità in entrata ed abolendo seppur gradualmente l'indennità di mobilità, strumento importante per le ristrutturazioni aziendali». Rigidità che trovavano un loro bilanciamento nelle nuove regole della flessibilità in uscita. Le novità di ieri, però «vanificano il difficile equilibrio» e rischiano di provocare un «arretramento» piuttosto che un miglioramento del mercato del lavoro, «rendendo più difficili le assunzioni».
A suscitare rabbia e delusione non sono solo i nuovi contenuti della riforma sui licenziamenti, ma anche il fatto che il Governo abbia modificato il verbale di Palazzo Chigi, su cui avevano concordato le parti sociali (e su cui aveva già sondato Pdl, Pd e Udc,), con l'eccezione della Cgil, con un ulteriore vertice politico tra i partiti, e non in Parlamento, la cui sovranità non sarebbe stata messa in discussione. Ora si tratterà di fare un'analisi approfondita del testo, per valutare le modifiche e verificarne l'impatto. E Rete Imprese Italia che ha chiesto al Governo di riconvocare le parti per illustrare la nuova versione.

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