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In arrivo le barriere doganali

Sia in caso di no deal, sia in caso di accordo raggiunto prima dello scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, dal primo gennaio torneranno le barriere doganali tra Regno Unito e Unione Europea. Questo significa che le vendite di beni dall’Italia al Regno Unito rappresenteranno esportazioni doganali, così come gli acquisti, da Uk verso l’Italia, saranno soggetti alle regole proprie delle importazioni doganali

Un cambiamento di enorme significato, per le circa 50 mila aziende italiane che operano stabilmente con Uk e che non hanno mai svolto, finora, operazioni doganali, avendo sempre operato con altri paesi dell’Unione.

Con il 31 dicembre 2020 termina il periodo transitorio, iniziato lo scorso gennaio, e il Regno Unito non sarà più parte del territorio doganale e fiscale dell’Ue: la circolazione dei beni verrà, dunque, considerata commercio con un paese terzo, sia sotto il profilo doganale che per l’Iva e le accise.

Si parla molto, in questi pochi giorni che ormai ci separano dal 1° gennaio, della possibilità di raggiungere, in extremis, un accordo di libero scambio, che garantirebbe un’uscita ordinata e il mantenimento dei solidi rapporti commerciali tra le due sponde della Manica.

In questa direzione assume rilievo anche l’elezione di Joe Biden: pare che il premier britannico Boris Johnson sia stato il primo a ricevere una telefonata dal presidente americano eletto, che avrebbe manifestato preoccupazione per l’ipotesi del ritorno di una frontiera fisica in Irlanda, uno degli effetti del no-deal. Con Trump alla Casa Bianca, più volte il premier Johnson aveva vagheggiato la possibilità di concludere rapidamente un forte accordo commerciale tra Stati Uniti e Uk, per colmare il vuoto creato dall’uscita dal mercato comune europeo.

Quell’accordo, però, non è stato raggiunto e ora a Washington si torna a guardare all’Europa come a un partner importante, mettendo da parte l’antagonismo spinto dell’amministrazione Trump e facendo sfumare l’ipotesi di un forte asse con Londra.

In questo rinnovato scenario internazionale, il premier Johnson guarda ora con maggior interesse alla possibilità di un’intesa con l’Unione europea e, in questi ultimi giorni, sta circolando ai tavoli negoziali un testo di quasi 2 mila pagine, che dovrebbe scongiurare il no-deal e assicurare l’assenza di dazi e una serie di regole tecniche comuni.Tuttavia, rimane il fatto che, dal 1° gennaio, le regole del gioco applicabili agli scambi con Uk cambieranno radicalmente.

Infatti, anche nell’ipotesi in cui l’Unione europea e il Regno Unito riescano a concludere un Accordo di libero scambio, le imprese saranno comunque obbligate ad applicare le regole e le procedure doganali. A partire dalla mezzanotte del 31 dicembre avverrà un cambiamento radicale nella posizione doganale delle merci, nella definizione del perimetro del territorio dell’Unione europea e nelle procedure applicabili. Il Regno Unito diventerà, infatti, un Paese terzo, con la conseguenza che i beni che si trovano in territorio Uk acquisiranno automaticamente lo status di «merce non unionale». Dal 1° gennaio 2021, dunque, le cessioni di beni verso il Regno Unito non rappresenteranno più cessioni intracomunitarie, tracciabili soltanto con un documento di trasporto, ma saranno soggette alle regole proprie dell’esportazione doganale, mentre gli acquisiti di beni materiali dal Regno daranno luogo a operazioni di importazione, con conseguente assolvimento dell’Iva in dogana.

Tale cambiamento determinerà significative conseguenze giuridiche, finanziarie e operative per le imprese, oltre ai maggiori costi e tempi inerenti le procedure doganali e (questo va rimarcato) anche nel caso in cui si raggiunga un accordo di libero scambio sui dazi.

Gli adempimenti per chi esporta. Gli operatori economici che esportano verso Uk dovranno presentare una dichiarazione doganale di esportazione, tramite un rappresentante doganale, accompagnata da documenti commerciali ed eventuali licenze, autorizzazioni o titoli.

Inoltre, l’esportatore italiano dovrà dotarsi, se non lo ha già, di un codice identificativo Eori rilasciato dalla Dogana.

L’aspetto più significativo di questa nuova impostazione non riguarda gli adempimenti in sé, normalmente delegati a un rappresentante doganale, quanto le informazioni che sono necessarie per poterli eseguire.

La dichiarazione doganale di esportazione, infatti, dovrà indicare la classifica, attraverso le otto cifre della Nomenclatura combinata dell’Unione europea, l’origine doganale e il valore della merce.

Per chi finora non ha mai gestito operazioni con la dogana, si tratta di un cambiamento estremamente significativo: la classificazione doganale richiede un’attenta conoscenza delle caratteristiche essenziali del prodotto e il corretto incasellamento in una delle 9.500 voci della Nomenclatura combinata.

Anche l’origine doganale del bene spesso non è di immediata evidenza, poiché potrebbe richiedere un’attenta ponderazione dei vari componenti e delle lavorazioni che hanno contribuito al risultato finale, se si tratta di prodotti realizzati con materie prime o semilavorati non italiani.

Anche in questo caso, è necessaria un’analisi puntuale, caso per caso, delle regole che disciplinano l’origine doganale del prodotto e che prevedono la tracciabilità della filiera produttiva.

Occorre considerare attentamente questi adempimenti obbligatori, in quanto un’errata dichiarazione doganale potrebbe determinare anche responsabilità di ordine penale per l’operatore, per esempio quando viene dichiarato che il prodotto è «made in Italy» quando in realtà, da punto di vista doganale, non può considerarsi tale.

L’operazione di esportazione si perfeziona con l’attestazione di «uscita conclusa», prodotta dal sistema informatico Aida dell’Agenzia delle dogane, che vale a dimostrare l’esportazione avvenuta, anche ai fini del riconoscimento del regime di non imponibilità Iva.

Una volta giunti nel Regno Unito, i prodotti europei saranno soggetti alle procedure doganali di importazione, anche se, nei primi sei mesi, Londra ha previsto di ridurre al minimo le formalità, proprio per scongiurare colli di bottiglia e il formarsi di lunghissime code ai punti di frontiera.

Soltanto a partire dal luglio 2021, i prodotti in arrivo dall’Italia nel Regno Unito saranno trattati come merce di origine «Paese terzo» e, pertanto, soggetti agli ordinari controlli doganali alle frontiere inglesi, nonché, in caso di mancato accordo, alle tariffe daziarie applicate dal Regno Unito.

Gli adempimenti per chi importa. All’importazione dei prodotti provenienti dal Regno Unito, l’operatore dovrà essere in grado di fornire l’esatta classificazione doganale del prodotto, con la specifica delle 10 cifre della tariffa doganale comune dell’Ue, nonché l’origine e il valore dei beni, elementi necessari per la compilazione della dichiarazione doganale.

Le importazioni di merce Uk saranno trattate come le altre immissioni in libera pratica di prodotti provenienti da Paesi extra Ue, soggette alle regole di accertamento proprie delle operazioni doganali e tenute al pagamento dell’Iva in dogana (e degli eventuali dazi, nel caso in cui non si raggiunga un accordo di libero scambio).

Il passaggio dalle regole proprie dell’acquisto intracomunitario all’importazione doganale non determina soltanto l’assolvimento dell’Iva in dogana, ma comporta anche il nascere di una serie di obblighi dichiarativi dalle rilevanti conseguenze. È importante la corretta compilazione della dichiarazione, anche se delegata a un doganalista o a una casa di spedizioni, considerato che eventuali errori comportano conseguenze, economiche e sanzionatorie, direttamente in capo all’impresa, nonché eventuali responsabilità di natura penale.

Se non già provvisti, gli operatori dovranno richiedere il numero di identificazione Eori, necessario per le operazioni doganali. Ai prodotti Uk si applicheranno tutti i controlli e le verifiche del rispetto delle norme doganali, sanitarie e fitosanitarie e la verifica di conformità alle norme dell’Ue.

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