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Arrivano i conti del 2014, resta di moda il rosso

Secondo alcuni esperti della Milano fashion week, il colore di maggior tendenza, in questo mese di febbraio, sarà il rosso. Soprattutto nei bilanci delle banche. 
Il 2014 da poco concluso si annuncia essere l’ennesimo anno difficile per il sistema creditizio italiano e a farne le spese saranno tutte quelle banche che, nel passato più o meno recente, hanno creduto di poter vivere a dispetto della rivoluzione in corso. Se prima i conti si potevano in qualche modo accomodare, oggi la Banca centrale europea parla un altro linguaggio e non tutti hanno dimostrato di essere così pratici con le lingue straniere. Soprattutto taluni non hanno afferrato per tempo il fatto che la Bce di Mario Draghi ha rivisto la valutazione degli attivi e le loro coperture.
Se prima un prestito per l’acquisto di un immobile, garantito da una adeguata garanzia ipotecaria, era considerato una posta «sicura» e «tranquilla», oggi non è più così. Gli immobili pesano, a chi li compera e a chi li finanza, oggi molto più di un tempo. Soprattutto perché la Bce considera molto più rilevante, rispetto alle garanzie offerte (l’ipoteca, appunto) i flussi di cassa che il sottoscrittore del debito è in grado di garantire nel tempo.
A questo punto, i bilanci delle banche italiane, soprattutto di quelle più lente a comprendere, sono tutti da riscrivere. O quasi. Le principali poste vanno infatti ponderate alla luce delle nuove linee direttive volute da Francoforte e ne avremo evidenza dalla prossima settimana, quando i primi istituti riuniranno il consiglio di amministrazione per mettere nero su bianco la chiusura dei bilanci.
Inizia dunque l’ultima settimana di attesa, poi si procederà a passo di carica. Tra le prime a iniziare sarà la Banca Popolare di Vicenza, che proprio il 10 prima analizzerà i conti che andranno a chiudere l’anno 2014 e nello stesso giorno riunirà gli obbligazionisti per l’approvazione, scontata e dovuta, del rimborso anticipato del bond da 253 milioni di euro, che verrà anche convertito in azioni.
Sono giorni estremamente complessi per tutte le banche popolari italiane, alle prese con conti poco soddisfacenti e una battaglia politico legale volta a smussare le (presunte) asperità del decreto Renzi di riordino del settore.
Gli impegni e le garanzie immobiliari detenute in portafoglio rischiano di pesare a bilancio più di soldi persi. E per alcuni si prospettano bilanci pesantissimi, con centinaia di milioni di perdita, fatto salvo il maquillage dell’ultimo momento. Ma le banche – e i banchieri – si trovano come non mai con le spalle al muro. Il settore sta procedendo a una riorganizzazione interna, come evidenziato dalla tabella di questa pagina, con il sacrificio di 53 mila uscite dal lavoro e la chiusura di oltre 4 mila sportelli in pochi anni.
Ma la crisi è più veloce delle azioni del management , che stavolta non è stato in grado di anticipare le tendenze in corso. E gli azionisti, dal canto loro, se in alcuni casi potranno trarre giovamento dalla trasformazione in società per azioni della vecchia popolare, nel breve periodo dovranno fare i conti con una cedola che difficilmente darà, se ci sarà, le soddisfazioni del passato.
Le indicazioni messe nero su bianco la scorsa settimana dalla Bce e dalla Banca d’Italia sono chiare: l’utile d’esercizio – quando matura – deve essere destinato in via prioritaria al rafforzamento del patrimonio e solo successivamente a remunerare l’investimento dei soci. Con queste prerogative, non ci sono molti margini di manovra. Qualcuno ha già messo le mani avanti. La situazione è seria, urgono rimedi concreti, non campagne populiste. Certo, come rappresentato in tabella, può accadere che chi maggiormente finanziato l’economia reale, incrementando gli impieghi negli anni della crisi, si trovi alla fine penalizzato rispetto ad altri. Vero. Ma le regole erano chiare in anticipo.
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