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Arriva la svolta «Siamo partner, non bancomat»

Vent’anni dopo la legge Amato, le fondazioni di origine bancaria mettono da parte un ingombrante passato e provano ad imboccare, unite, la via di una maggiore coralità. Fortemente voluta dal presidente dell’Associazione delle fondazioni, Giuseppe Guzzetti, è la Carta delle fondazioni, votata all’unanimità dall’assemblea dell’Acri dello scorso 4 aprile. Si tratta di un documento volontario ma vincolante, attraverso il quale le singole fondazioni stabiliscono di adottare scelte coerenti in ambito di governance, accountability, attività istituzionale e gestione del patrimonio.
Per Guzzetti, che ne parlerà al Congresso dell’Acri in programma a Palermo giovedì e venerdì prossimi, una vittoria nella mediazione tra gli interessi non sempre allineati di 88 fondazioni, enti di diritto privato con forte senso dell’autonomia, ma diversa storia, realtà sociale, dimensione.
La svolta
L’appuntamento siciliano giunge in un momento di particolare delicatezza. Il cordone ombelicale che ha unito fondazioni e aziende bancarie non è ancora stato reciso e gli effetti sono in alcuni casi preoccupanti, in altri hanno prodotto situazioni in cui si sta rendendo necessario un pronto soccorso. Guzzetti lo sa bene ed è per questo che si è speso molto per allineare alle best practice internazionali i suoi associati. All’estero — vedi articolo al piede della pagina — l’esperienza delle fondazioni nate per legge non sempre è ben compresa. E talvolta, taluni eccessi e antiche rigidità hanno contribuito non poco a rendere meno comprensibile il percorso di queste organizzazioni capaci, negli ultimi due decenni di occupare quello spazio sempre più rapidamente abbandonato dallo Stato sul fronte del welfare, della ricerca, dell’assistenza e della conservazione dello straordinario patrimonio artistico italiano.
Ruolo
Guzzetti non mancherà di sottolineare il ruolo positivo che le fondazioni hanno avuto nelle banche conferitarie, consentendo loro un rafforzamento patrimoniale che, altrimenti, ne avrebbe compromesso la stessa esistenza, evitando al contempo fosse lo Stato a dover intervenire e, tramite il governo, l’insieme indistinto dei contribuenti italiani. Operazioni avvenute anche recentemente in alcuni dei paesi a più matura vocazione capitalistica, ma che contrasta con il concetto stesso di mercato invocato da più parti. In Italia, invece, la presenza delle fondazioni ha permesso di tenere lo stato al di fuori del circuito del finanziamento di rischio, a tutto favore della solidità e della autonomia delle banche stesse.
Alter ego
Le fondazioni poi hanno giocato un ruolo sussidiario e complementare allo Stato, sostituendone la presenza nei settori a maggiore rischio imprenditoriale, come nel caso della Ricerca e dell’innovazione, quasi trasformandosi in una merchant bank sociale. Un ruolo che la finanza fatica a intravvedere ma che molti operatori pubblicamente riconoscono agli enti. Tanto che è recente il Manifesto delle fondazioni sottoscritto da molte organizzazioni di volontariato e presentato la scorsa settimana a Roma, con il sostegno del settimanale Vita. Un riconoscimento importante del ruolo di partner — non di bancomat istituzionale —, un ruolo di stimolo e di progettazione che ha giovato a molti. «Credo non si possa sottostimare il ruolo fondamentale giocato dalle fondazioni in questo particolare frangente storico — dice Riccardo Bonacina, presidente dell’Editoriale Vita —. Una capacità erogativa trasparente ha permesso nel 2011 erogazioni per oltre 1.360 milioni di euro, una cifra enorme (vedi tabella in alto, nda), soprattutto in questi tempi in cui il bilancio dello Stato impone ritirate da vasti settori del sociale. Le fondazioni sono un patrimonio di tutti, vanno salvaguardate e aiutate sulla strada di una maggior trasparenza, perché continuino ad essere un riferimento vero per tutto il terzo settore».
Partnership strategiche
Non più bancomat a fondo perduto, ma sempre più partner, capace di apportare liquidità e competenza. Certo, la focalizzazione sul lato della spesa e la poca diversificazione su quello degli investimenti pone qualche limite strutturale alla tenuta dei singoli enti, ma la presa di coscienza del ruolo strategico che sono chiamati a recitare — si pensi all’housing sociale, ai contributi alla Ricerca, al mantenimento all’avanguardia di molte strutture sanitarie — fanno sì che le fondazioni siano sempre maggiormente interpreti di quella definizione di Gustavo Zagrebelsky che le vedeva enti «organizzatori delle libertà sociali». Con alcune distorsioni — questo sì, è evidente, come pure con ampi margini di miglioramento — ma certo insostituibili al momento. Guzzetti questo lo sa bene, ed è per questo che conta sulla Carta per abbattere le resistenze particolari in nome di un più alto livello di interazione sociale.

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