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Arriva la mini web tax ogni anno 190 milioni

È scontro sulla webtax. La tormentata imposta sui giganti del web divide il Pd, la Camera e il Senato, le piccole imprese dalle grandi, le aziende digitali italiane da quelle straniere, chi fa e- commerce da chi non lo fa, Google e Amazon. Nel caos di fine legislatura ieri il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, del Pd ha presentato un nuovo emendamento alla manovra, di fatto una nuova versione di web tax, che modifica il testo votato dal Senato e elaborato dal Pd Massimo Mucchetti. Il braccio di ferro tra i due va avanti da giorni con toni crescenti: entrambi vorrebbero tassare le web company, ma le strade sono diverse. E le super lobby sono scatenate (si stanno facendo sentire, addirittura, dagli Usa) e, soprattutto, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ancora non ha dato il via libera definitivo. Il voto in Commissione, se non arriverà nella notte, è previsto per oggi. Sarà comunque una mini-web tax.
L’emendamento presentato ieri da Boccia in Commissione Bilancio dove la “Finanziaria” è alle ultime battute riscrive il testo del Senato che prevede di tassare i servizi forniti attraverso il web, dalla pubblicità ha ai siti. La prima modifica riguarda l’entità della tassa sulle transazioni relative ai servizi, cioè sul fatturato, che si dimezza e scende dal 6 al 3 per cento. La seconda riguarda il trattamento delle già scontente imprese italiane del web: non avranno più un credito d’imposta per compensare la tassa sul web, perché già pagano regolarmente le tasse in Italia, ma saranno escluse ricorrendo al parametro delle dimensioni, infatti la tassa non si pagherà sotto le 3.000 transazioni all’anno. Su questo aspetto c’è da aggiungere un’altra considerazione: la soglia delle 3.000 operazioni, è raddoppiata rispetto al testo del Senato, ma viene sganciata da un valore ( a Palazzo Madama era 1,5 milioni) e soprattutto la compagnia che non la rispetta — come potrebbe fare un giganti che non presenta i bilanci in Italia come Google — non incappa nell’automatico accertamento dell’Agenzia delle Entrate.
Il terzo punto sono le banche: dal testo del Senato avevano avuto il compito di fare da esattori (e non erano affatto contente dell’obbligo), così il cerino passa alle aziende che compreranno servizi sul web che diventeranno esattori di questa sorta di Iva aggiuntiva e verseranno il 3 per cento all’erario (di questo sembra ora scontenta la Confindustria). Ma il dedalo della web tax, con il suo contorno di interessi, non finisce qui: secondo quanto ci si aspettava il relatore Boccia avrebbe allargato all’e-commerce la nuova tassa, cioè ad aziende come Amazon: la mossa all’ultimo momento non è stata fatta mentre resta un emendamento anti- Amazon che consentirà alle Poste di far concorrenza alla web- company sulla consegna dei pacchi fino a 5 chilogrammi. Quarto punto: i parametri che consentono di attribuire ad una società la cosiddetta stabile organizzazione in Italia e dunque la costringono a pagare interamente tutte le tasse, senza ricorrere alla web tax. Facebook, peraltro, ha già annunciato che pagherà le tasse in Italia. Il Senato aveva introdotto due elementi stringenti per definire la stabile organizzazione come l’ « estrazione di risorse » e la « significativa presenza » nel nostro Paese: l’emendamento della Camera ridimensiona invece le situazioni nelle quali alla web company può essere affibbiata la «stabile organizzazione ». L’altra questione riguarda il momento di entrata in vigore della legge: ci si aspettava che la Camera anticipasse l’entrata in vigore della tassa sui servizi web al prossimo anno, invece la data è rimasta regolarmente al 1° gennaio del 2019 anche perché si attende la decisione sulla web tax europea che sarà presa nell’aprile del 2018.
L’ultima lobby interessata è quella dei partiti: il gettito nella versione della Camera è aumentato a 190 milioni, 76 in più rispetto al testo del Senato, anche per una diversa contabilizzazione della platea da parte della Ragioneria che, attraverso i dati di Assinform, porta il fatturato annuo del settore a 2,1 miliardi. Molti parlamentari già hanno pensato come spendere questi soldi.
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