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Arriva in Italia il motore di ricerca anti Google (salva privacy)

«Ciao Mario Rossi, 35 anni, appassionato di bicicletta e pizza ai quattro formaggi, avvocato, che convive con Marina da tre anni, due mesi e sei giorni. Per arrivare a casa nei tempi prestabiliti ti conviene girare a destra entro 30 secondi. Oppure preferisci fermarti e aspettare che passi di qui tra un minuto Simona, che hai contatto ieri su una app di incontri?»: a parlare con Mario è un portale che ha profilato i suoi dati. «Perché accettare da un motore di ricerca quello che non accetteresti nella vita?»: chiede la pubblicità di Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti, lanciato ieri anche in Italia, dopo Francia e Germania. Qwant si basa su analisi anonime e non profila i dati: «Il nostro algoritmo — spiega il direttore generale Alberto Chalon — cancella indirizzo ip e user id agent dell’utente, una sorta di “targa” del computer utilizzato, e offre risposte oggettive e imparziali. Non ci interessa sapere chi sei, i tuoi dati, le tue preferenze».

Oggi la porta di accesso al web è quasi monopolizzata. Almeno in Europa, dove il 95% delle ricerche online passa da Google. A fondare Qwant e «sfidare» il gigante di Mountain View è stato, nel 2013 a Parigi, Eric Lendri. A credere nel progetto, poi, sono stati il gruppo editoriale tedesco Axel Springer all’inizio e la Cassa depositi e prestiti francese, che ha investito circa 15 milioni sulla piattaforma. L’Unione europea l’ha finanziato con 25 milioni.«Il modello di business dei motori di ricerca è basato su una transazione economica: l’utente mette a disposizioni i suoi dati, le sue preferenze e Google gli concede l’informazione —, spiega Antonio Martusciello, commissario Agcom —. Qwant, invece, monetizza il proprio traffico grazie agli annunci a pagamento dei partner, correlati all’argomento della singola ricerca, ma non personalizzati». Qwant ha poi dei canali verticali: Qwant junior dedicato ai bambini, Music alla musica e presto partiranno quelli dedicati ai viaggi e allo sport.  «Non ci illudiamo di scardinare il primato di Google, ma vogliamo creare un mercato concorrenziale con attenzione alla trasparenza — conclude Leandri —. Diamo all’utente europeo una seconda possibilità: quella di ottenere risultati imparziali, indipendentemente dalla sua identità, tutelando i suoi dati e la sua privacy».

Giulia Cimpanelli

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