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Arriva il nuovo Fisco: il test della riforma dal Codice all’Irpef

I prossimi giorni sveleranno i progetti del Governo sul nuovo Fisco, una delle «riforme di accompagnamento» previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Entro fine mese, salvo sorprese, verrà approvato il disegno di legge delega per riordinare alcuni aspetti del sistema tributario, a partire dall’Irpef e con possibili affacci – vedremo quanto ampi, profondi e ambiziosi – su ulteriori ambiti della fiscalità nazionale.

Nella definizione dei principi del Ddl delega, il Governo terrà in considerazione il documento conclusivo dell’«Indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef e altri aspetti del sistema tributario», approvato il 30 giugno dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato con il voto favorevole di tutti i partiti, eccetto l’astensione di Leu e il voto contrario di Fratelli d’Italia.

La scrittura della riforma vera e propria richiederà più tempo. E le proposte arriveranno da una Commissione di esperti, che il Governo nominerà. Difficile immaginare che le nuove norme possano entrare in vigore già nel 2022, almeno non nella loro interezza.

La grande incognita delle risorse

L’ampiezza della riforma dipenderà anche dalla disponibilità di risorse e dalla capacità di finanziare i nuovi interventi recuperando gettito con tagli e razionalizzazioni. Visti livelli e dinamica del debito pubblico, sembra difficile immaginare che il Governo voglia avventurarsi in una riforma interamente o prevalentemente in deficit. Qualche risorsa si potrà trovare nelle pieghe del bilancio (per altro, già esiste un fondo al quale sono state destinate risorse per avviare la riforma), ma serviranno coperture aggiuntive ad hoc.

Quale contributo può arrivare dalle indicazioni contenute nel documento finale delle Commissioni Finanze di Camera e Senato? Una lettura complessiva del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla riforma – si veda a fianco la mappa in 20 punti tracciata dal Sole 24 Ore del Lunedì – può fornire qualche indicazione. Il documento è il risultato di una serie di compromessi tra i partiti, vedremo quanto solidi, e alla capacità di mediazione dei due presidenti, Luigi Marattin (Iv, Camera) e Luciano D’Alfonso (Pd, Senato). Alcune tematiche non hanno trovato spazio nella sintesi finale: non è difficile capire che, su quelle materie, non si siano trovati spiragli di compromesso (Catasto, tassazione immobiliare, patrimoniali).

Posizione unanime dei partiti su semplificazione (anche con la soppressione di un lungo elenco di tributi minori) e certezza delle norme.

In questo senso, la strada per avviare la redazione del Codice tributario non sembra avere ostacoli, anche se, come sappiamo, le difficoltà oggettive non mancano, soprattutto se il risultato finale non deve essere una “raccolta” di norme, ma a una reale razionalizzazione e semplificazione.

La condivisione può durare?

Il documento parlamentare suggerisce l’adozione di un modello di imposta personale basato sulla «Dit» (Dual income taxation): imposta proporzionale sui redditi finanziari (con aliquota coincidente o prossima alla nuova prima aliquota Irpef) e tassazione progressiva per i redditi da lavoro. Con alcune eccezioni, tra cui, quella dell’imposta fissa sulle partite Iva (forfait), insieme ad altre possibili “deviazioni” dal modello, che indeboliscono il presupposto teorico di questo impianto.

Al Governo toccherà una riflessione su una serie di misure proposte per riequilibrare il prelievo, rendere più equa l’imposta personale e favorire la crescita. Vanno in questa direzione sia l’alleggerimento del prelievo per i redditi tra 28 e 55mila euro; sia l’introduzione del reddito minimo esente; sia ancora l’adozione di meccanismi che possano favorire l’ingresso nel mondo del lavoro del secondo percettore di reddito in ambito familiare (mantenendo l’individuo come unità impositiva); sia quella di agevolare fiscalmente i giovani (under 35) che iniziano un’attività lavorativa.

Proposte coraggiose che tuttavia – come in fondo è comprensibile – trasferiscono l’idea che il Parlamento abbia in mente una riforma “a spendere”.

C’è da chiedersi se la “condivisione” che il testo restituisce potrà durare nel tempo. La Lega disposta a rinunciare alla “sua” flat tax generalizzata; il Pd disposto ad accettare la sopravvivenza del forfait per le partite Iva (e, di fatto, anche una sua estensione, per favorire l’uscita morbida dall’agevolazione al superamento del limite di 65mila euro di ricavi/compensi); Italia Viva rinuncia al bonus Renzi da 80-100 euro (buona notizia, guardando alla coerenza del sistema, ma, probabilmente, non sarà facile destinare alla riforma gli oltre 15 miliardi di risparmio senza penalizzare gli attuali percettori del bonus).

Il groviglio tax expenditures

Su spese fiscali e agevolazioni varie dal documento parlamentare arriva una (cauta) apertura a semplificazione e riduzione, ma con un esplicito riferimento a quelle con benefici e beneficiari minimi. Il che renderebbe l’operazione poco utile, almeno se l’obiettivo è quello di destinare le risorse così risparmiate alla copertura di altri “pezzi” di riforma.

Ed è anche un po’ la conferma che tutti sono d’accordo sul taglio delle agevolazioni ma che è più facile metterne di nuove che non eliminare le vecchie: solo pochi giorni dopo l’approvazione del documento condiviso, il Parlamento ha approvato un decreto che introduce un’altra ventina di bonus di varia natura, con un costo complessivo di circa 800 milioni di euro.

Dall’Irap all’Iva

Tutti d’accordo anche sull’abolizione dell’Irap, che verrebbe di fatto assorbita con un’addizionale Ires/Irpef, che garantirà la parità di gettito ma la cui applicazione determinerà comunque un rimescolamento dei livelli individuali di prelievo.

Nel documento c’è anche un accenno all’Iva, con la proposta di prevedere una delega al Governo per il riordino, in chiave di semplificazione e di possibile riduzione dell’aliquota ordinaria. È una mediazione importante, soprattutto se si pensa che la Lega, nel suo documento conclusivo, escludeva categoricamente qualsiasi intervento sull’Iva. Come molti sostengono, l’Iva avrebbe bisogno di un robusto riordino, finalizzato anche a ridurre gli spazi di evasione (resta l’imposta con il maggiore tax gap), legati anche alla frammentazione delle aliquote.

A Draghi e ai suoi ministri il difficile compito di conciliare i desideri con ciò che è davvero possibile e necessario.

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