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Arriva il giovane Mark Carney Vuole scrivere il futuro delle banche centrali

Dovremo abituarci a questo nome: Mark Carney. Da oggi — a 48 anni — è il nuovo governatore della Bank of England. È stato governatore di grande successo alla Bank of Canada. È anche presidente, dal novembre 2011, del Financial Stability Board, l’organismo di Basilea che ha il compito di introdurre nuove regole affinché il sistema bancario internazionale possa affrontare con meno drammi di ora le crisi: ha sostituito Mario Draghi quando questi è diventato presidente della Banca centrale europea (Bce). Ma non è per gli incarichi formali nelle istituzioni che sentiremo parlare del canadese Carney: in fondo, i capi delle maggiori banche centrali hanno passato decenni in silenzio e a non farsi vedere. È che da lui — considerato il miglior banchiere centrale della sua generazione — ci si aspetta moltissimo: stupirà.
Precursore
Due episodi raccontano il suo approccio a un mondo considerato oltremodo prudente e discreto. Nel marzo 2008 guidava la Bank of Canada da un mese e, all’improvviso, tagliò i tassi d’interesse dello 0,5%. Si iniziava solo allora a sentire i primi piccoli scricchiolii della crisi dei subprime mortgage che sarebbe scoppiata nell’autunno 2008 con il fallimento di Lehman Brothers. Ma il clima era rilassato, nessuno, ma proprio nessuno, pensava di dovere allentare la politica monetaria: tant’è vero che la Bce, allora guidata da Jean-Claude Trichet, quattro mesi dopo, nel luglio 2008, alzò i tassi. Gli esperti del settore convengono sul fatto che la decisione di abbassare il costo del denaro all’inizio della crisi contribuì non poco a proteggere il Canada dalle conseguenze del crollo globale di un anno e mezzo dopo. Determinato a mantenere espansiva la politica monetaria, Carney nell’aprile 2009 lanciò anche una delle prime iniziative non convenzionali, pratica che sarà poi seguita da quasi tutte le altre banche centrali: garantì che i tassi d’interesse sarebbero rimasti al minimo per almeno un anno, dando così fiducia e certezze ai mercati.
Il secondo episodio riguarda il suo approccio alla regolazione bancaria. Nel settembre 2011, quando già si riteneva che sarebbe diventato presidente del Financial Stability Board (Fsb), partecipò a una riunione a porte chiuse di banchieri mondiali a Washington, proprio organizzata dall’Fsb. In quell’incontro, un peso massimo tra i pesi massimi alla guida delle grandi banche globali, il capo di Jp Morgan Jamie Dimon, sferrò un attacco senza precedenti alle regole di Basilea III che impongono agli istituti di credito di avere un capitale più alto che in passato per proteggerli dalle crisi. Dimon sosteneva che ciò avrebbe penalizzato soprattutto le banche americane. Tutti capirono che l’attacco era rivolto a Carney, grande sostenitore della necessità di imporre agli istituti di credito alti livelli di capitale. Ovviamente, dello scontro si seppe. Due giorni dopo, durante un discorso, Carney rispose: «Se qualche istituzione si sente sotto pressione oggi, è perché ha fatto poco troppo a lungo, non perché le si chiede di fare troppo troppo presto». Lo scontro con il leone dei banchieri privati Dimon finì con le scuse di quest’ultimo e con Jp Morgan che, pochi mesi dopo, ammetteva perdite di 5,8 miliardi di dollari dovute a «errori, sciatteria e cattivo giudizio» in operazioni su titoli: un colpo alla reputazione di «uomo che non fa passi indietro» di Dimon.
La storia
Questo è Mark Carney. È nato in Canada e lì è cresciuto. Ha studiato Economia a Harvard, ha fatto un master al St. Peter’s College di Oxford e, sempre a Oxford ma al Nuffield College, ha preso il PhD in Economia. Non preoccupatevi, non poteva mancare: ha anche lavorato per 13 anni in Goldman Sachs, la banca che mentre accumula profitti fa da palestra a ministri delle Finanze e banchieri centrali.
Ora, a Londra, alla guida della Old Lady — che è tra le banche centrali più aperte all’innovazione — dovrà occuparsi di politica monetaria, di supervisione bancaria, di stabilità finanziaria in un’organizzazione che, avendo assorbito le funzioni della disciolta Financial Services Authority, tra il 2008 e oggi è passata da 1.800 a 3.500 dipendenti. Possiamo aspettarci novità in tutti i campi. Come primo atto, ha creato la figura, prima mai esistita alla Bank of England, di Chief Operating Officer, che dovrà seguire l’attività dell’istituzione giorno per giorno. E, in un club ancora strettamente maschile, l’ha affidata a Charlotte Hogg, figlia della baronessa Hogg e del visconte Hailsham, ambedue membri del governo conservatore britannico di John Major negli anni Novanta.
Aria nuova, insomma, nel mondo delle banche centrali. L’anno prossimo, l’americana Fed cambierà presidente, quando Ben Bernanke avrà terminato il secondo mandato di quattro anni (a meno che Barack Obama non lo convinca a restare): per ora, favorita a sostituirlo è Janet Yellen, già consigliera di Bill Clinton e oggi presidente della Fed di San Francisco. In Giappone è da poco arrivato Haruhiko Kuroda e ha già fatto onde alte. Persino Israele ha un uomo nuovo in arrivo, Jacob Frenkel. In un mondo dove i banchieri centrali sono spesso i veri statisti, Carney non si sentirà solo.

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