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Arriva il bazooka dell’Europa prestiti e aiuti per 750 miliardi

BRUXELLES — «Vive l’Europe!», esclama Ursula von der Leyen di fronte al Parlamento europeo chiudendo la presentazione del “Next Generation Eu”. La presidente della Commissione ha scelto di ribattezzare così il Recovery Fund, lo storico piano di rilancio dell’economia continentale approvato ieri a Bruxelles. Un modo per rimarcare l’ingresso dell’Unione nel futuro. Tra emissioni di titoli comuni e soldi gratis ai governi, è una rivoluzione dei canoni dell’Unione impensabile fino a poche settimane fa.
Von der Leyen ha fatto il massimo: mette sul piatto 750 miliardi che Bruxelles andrà appunto a rastrellare sui mercati emettendo bond europei. Anche la potenza di fuoco dell’operazione supera le più rosee previsioni: come chiesto da Angela Merkel ed Emmanuel Macron – registi politici dell’operazione – 500 miliardi saranno assegnati ai governi sotto forma di sussidi a fondo perduto. Gli altri 250, invece, saranno prestiti a lunghissima scadenza. L’Italia – con una quota superiore al 20% – sarà il primo beneficiario del programma per tirare fuori l’economia dalla recessione pandemica: al nostro Paese andranno 172,7 miliardi, tra i quali 82 di sovvenzioni e 91 di prestiti.
Dopo il mandato ricevuto dai capi di Stato e di governo lo scorso 23 aprile, la presidente dell’esecutivo comunitario ci ha messo poco più di un mese, con un paio di settimane di ritardo, a riunire i suoi commissari per approvare il “Next Gen Eu”. Tale è la gioia che Paolo Gentiloni, titolare dell’Economia, a pochi minuti dalla fine della riunione twitta lo storico risultato bruciando sul tempo persino la presidente. D’altra parte l’ex premier è tra i vincitori di questo durissimo round negoziale interno ed esterno all’Eurogoverno, con diversi colleghi e capitali che puntavano ad annacquare il progetto.
In Parlamento von der Leyen cita Italia e Spagna: «Se non agiamo per ridurre le divergenze, la situazione sociale in Europa potrebbe diventare destabilizzante». Il suo progetto, che definisce «molto buono per l’Italia», viene promosso da sindacati e industria Ue e dai maggiori gruppi politici dell’Eurocamera: Popolari, Socialisti e democratici, Liberali e Verdi. Solo i sovranisti (tra cui Lega e Fdi) lo criticano. Da Berlino, Angela Merkel parla di «proposta costruttiva». Il premier spagnolo Pedro Sanchez festeggia chiedendo ora un «accordo rapido » tra i leader. Lo stesso fa Macron: «Dobbiamo procedere in fretta ». Eppure il negoziato tra capi di Stato e di governo sulla proposta di von der Leyen sarà lungo e difficile. Tanto che il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, già spinge il traguardo un mese più avanti: l’obiettivo realistico non è più chiudere a fine giugno, ma «entro l’estate», ovvero per la fine di luglio.
Nei prossimi giorni l’ex premier belga sentirà tutti i leader. Quindi il 18 giugno ci sarà il primo vertice dei leader che, vista la complessità del tema, si ritroveranno di persona a Bruxelles. Sarà la prima volta da inizio pandemia. Di sicuro a luglio servirà almeno un secondo summit. Lo fanno capire i falchi, i governi dei quattro “fruga li” – Austria, Danimarca, Olanda e Svezia contrari a sussidi a fondo perduto. «È difficile pensare che questa proposta potrà essere il risultato finale dei negoziati», tuona il governo olandese di Mark Rutte. «Il pacchetto di von der Leyen è solo un punto di inizio», aggiunge il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Frena anche il blocco Visegrad, ma la sua opposizione è ritenuta meno pericolosa: si conta di conquistarne i leader facendo confluire qualche miliardo anche ai loro paesi, benché meno colpiti dalla crisi.
Trovare l’unanimità non sarà facile, ecco perché il fronte della solidarietà si stringe intorno a von der Leyen, capace di tenere alta l’asticella della proposta di partenza per attutire eventuali compromessi al ribasso. «Indietro non si torna, oggi è come se fosse il D-Day europeo del Ventunesimo secolo perché l’Europa ha scoperto la solidarietà », ammonisce però David Sassoli. D’altra parte il Parlamento europeo dovrà votare l’accordo finale tra governi.
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