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Arretrati di Stato in crescita. Ora arrivano a 150 miliardi

A volte l’incoerenza paga o per lo meno aiuta a non pagare. L’amministrazione pubblica che ha prodotto il Redditometro e le ganasce fiscali applica a se stessa criteri di trasparenza e puntualità diversi da quelli che a giusto titolo impone ai cittadini. Non si tratta solo del ritardo nei pagamenti dovuti alle imprese fornitrici o ad altre articolazioni dello Stato. Si tratta, in primo luogo, dell’assenza di alcune delle informazioni di base indispensabili a un’economia avanzata.
Ad oggi non esistono dati recenti sui debiti commerciali dello Stato. Si tratta di quei debiti espressi non in buoni del Tesoro, ma in fatture da saldare alle imprese fornitrici di beni e servizi alle amministrazioni pubbliche. Dell’ammontare di questi debiti non si sa nulla per quando riguarda il 2012, e al momento la stessa nebbia grava anche sul 2011. Quanto al 2010 (un’era geologica fa), i soli dati disponibili riguardano gli enti decentrati: Comuni, Province e Regioni. Ma per l’amministrazione centrale, è buio fitto. Non è mai stata presentata una tabella su quanto il Tesoro e gli altri ministeri devono ai fornitori o ad altri rami del settore pubblico.
Se lo fosse, se i dati venissero aggiornati, si vedrebbe che i debiti commerciali lordi dello Stato superano il 10% del Pil: più di 150 miliardi di euro, oltre il doppio dei 70 miliardi dei quali si parla nel dibattito politico. Emanuele Padovani, professore di Public Management all’Università di Bologna, per conto del gruppo di consulenza Van Dijk ha stimato che a fine 2010 gli oneri delle Regioni verso i fornitori erano a 68,8 miliardi, quelli dei Comuni a 48,4 e quelli delle Province a 19,6. Fa 136,9 miliardi di euro, circa il 9% del Pil. Due dei comuni nei quali il debito pubblico per abitante è più alto sono Torino e Milano (vedi grafico). Ma non finisce qui. Tra circa dieci giorni, con ritardo di due anni, verranno resi anche i valori per il 2011 e, salvo sorprese, i debiti non finanziari degli enti locali dovrebbero essere cresciuti per almeno altri 15 miliardi.
Un ulteriore capitolo dell’esposizione finanziaria dello Stato, sottolinea Emanuele Padovani, riguarda poi la quota di debito delle aziende partecipate dagli enti locali. È una galassia fra le quattromila e le seimila partecipate dirette da Comuni, Province e Regioni, che salgono a dodicimila se si aggiungono le aziende che queste controllano (alcune domiciliate in Paesi inseriti nella «lista nera» dei paradisi fiscali). Molte delle partecipate hanno forti esposizioni, prima fra tutte la romana Acea. Solo per le aziende controllate da un singolo ente pubblico, stima Padovani, il debito che spetta pro quota ai Comuni o alle Regioni vale circa altri sette miliardi di euro (circa lo 0,5% del Pil).
Resta poi lo Stato centrale e con ciò che deve pagare ai fornitori: l’aspetto sul quale la nebbia è più fitta. La gestione dell’amministrazione scolastica e alcune delle spese di Consip, l’agenzia per l’acquisto di beni e servizi per lo Stato, fanno pensare che le cifre siano rilevanti. Anche se resta indeterminato, l’ammontare di questi debiti fa sì che l’esposizione commerciale dei vari rami dello Stato con ogni probabilità superi nettamente il 10% del Pil. Buona parte dell’asfissia finanziaria delle imprese viene da qui: i crediti non saldati privano le aziende dei mezzi per pagare gli stipendi o i loro stessi fornitori, per fare gli investimenti necessari e favorire la ripresa.
Non aiutano certe abitudini ai limiti della correttezza, o ben oltre. Di norma nella fatturazione lo Stato non specifica la data di scadenza dei debiti contratti per investimenti, una pratica scorretta ma non illegale; decisamente contro la legge, ma ricorrente, è invece la stessa pratica nelle fatture per la spesa corrente. Molte banche private se ne sono rese conto quando certi imprenditori hanno cercato di far valere i loro crediti certificati per ottenere liquidità: poiché mancava la data d’incasso sui loro crediti, non hanno avuto successo.
Di fronte a queste cifre, le opzioni aperte non sono molte. Pagare le imprese emettendo nuovi Btp, quando gli oneri commerciali viaggiano oltre il 10% del Pil, può far salire il debito pubblico a livelli inaccettabili per il mercato. Resta una possibilità: la Cassa depositi e prestiti, che formalmente è fuori dal bilancio dello Stato, può riacquistare i crediti dalle imprese per poi farsi pagare dall’amministrazione. Lo sta già facendo: Sace, controllata dalla Cdp, ha già riassorbito i crediti per 4 miliardi vantati dalle piccole aziende ad Arezzo, nelle Marche o in Liguria. Poco più di una goccia nel «credit crunch», per ora. Ma forse non c’è altra strada per riuscire in questa traversata del deserto.

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