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Armatori e costruttori sono già spariti I forzieri delle banche adesso sono vuoti

Il 27 gennaio gli operai del Comune di Atene arrivarono con i camion a rimuovere le barriere metalliche che proteggevano il Parlamento dalle proteste di piazza Syntagma. Fu una festa democratica, la ritrovata sintonia tra i cittadini e i loro rappresentanti politici. A meno di un mese, le cose potrebbero cambiare drasticamente. Basterebbe che oggi all’Eurogruppo si rompessero le trattative e con un Grexit dietro l’angolo ci sarebbero poche scelte.
Durante il weekend comparirebbero nuove barriere, non davanti al Parlamento, ma ai bancomat. Sarebbe un «corallito» europeo: prelievi vietati sabato e domenica, stop dei trasferimenti online verso l’estero dai conti correnti greci e, poi da lunedì, limite ai prelievi e inizio della conversione dall’euro alla dracma.
I greci hanno capito del pericolo già da tempo. Non solo i Paperoni, gli armatori come Harry Vafias, i costruttori come Andreas Vgenopulos o i grandi importatori, ma anche gli affitta camere e i bidelli. Un gruzzolo è finito sotto il materasso, un altro in banche straniere, un altro in prodotti finanziari tipo assicurazioni vitalizie denominate in valute diverse dall’euro. Di fatto, rispetto ai massimi del 2008, durante la tempesta dello spread i depositi greci erano scesi di quasi 80 miliardi (il 35% del totale) toccando il fondo nel 2012 poco sopra 150 miliardi. Da allora era rientrata appena una decina di miliardi, segno che la fiducia sulla tenuta del sistema non era mai davvero tornata.
I centri studi delle banche commerciali greche valutano in più o meno 150 miliardi il nocciolo duro dei depositi necessari per far funzionare il Paese. Sotto questo livello chi usa le carte di credito rischia costantemente il rosso e chi deve pagare le tasse o gli stipendi ai dipendenti non avrebbe più fondi trasparenti al momento del bisogno.
L’ultimo dato ufficiale è di dicembre: meno 2,4% rispetto a novembre fino a 160,3 miliardi complessivi. In gennaio si pensa a un’emorragia ulteriore di 10 miliardi (fino a toccare il teorico «fondo» di 150), ma i più pessimisti immaginano un dissanguamento anche di 20 miliardi.
Paradossalmente, però, i soldi greci in fuga sono un’arma negoziale in più per il premier Alexis Tsipras e il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. Tutta colpa (o merito) di un meccanismo chiamato «Target 2» e denunciato sul Financial Times dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn. Quando nell’area euro si spostano dei capitali, la Banca centrale europea concede liquidità alle banche del Paese che subisce l’esborso. Prestiti temporanei in attesa di un naturale riequilibrio. Per la Grecia, privata di altri accessi finanziari fino al termine delle trattative, però il tetto è stato elevato a 65 miliardi. Se Atene dovesse fallire, dice Sinn, sarebbero tutti soldi persi. Solo per il Target 2, l’eventuale Grexit costerebbe agli italiani 11 miliardi.
Quel «fido» automatico andrebbe abbassato, secondo l’economista tedesco, a 42 miliardi e la fuga dei capitali interrotta. Per i greci il corallito potrebbe arrivare non solo dal loro governo, ma anche da Berlino.

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