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Argentina, soffre l’economia reale

Il default selettivo, come viene chiamato quello argentino, a detta degli analisti e degli operatori non è assolutamente paragonabile a quello del 2001. La frenata del Paese (le previsioni di crescita per quest’anno vanno dal -1,8 allo 0,5%) è imputabile a molti fattori, compresa la congiuntura internazionale. Ma come ha impattato questa crisi sulle aziende che lavorano con l’Argentina? Va subito detto che il Paese, finora, non è stato considerato molto appetibile dalle nostre aziende, malgrado i legami culturali e la presenza di alcuni grandi gruppi italiani.
«Qui la preoccupazione per il selective default non è così forte – dice Sergio La Verghetta, direttore dell’ufficio Ice di Buenos Aires –. Certo, sarebbe stato meglio che non si fosse verificato. Un rallentamento dell’economia c’è stato, ma si lega anche alla crisi economica globale. Dopo la crescita forte dovuta, negli anni successivi al 2008, all’aumento dei prezzi delle materie prime, di cui l’Argentina è ricca, c’è stata una frenata. Ora si respira un clima di attesa in vista delle presidenziali del 2015, alle quali l’attuale presidente Cristina Kirchner non potrà ripresentarsi. Ma facce nuove ce ne sono poche».
Il problema principale oggi è l’inflazione: il dato reale, che si basa sul cambio parallelo, era a luglio, secondo l’Economist, del 37,9% anno su anno. Intanto, il Paese ha dato una stretta pesante alle licenze di importazione, si arriva a paradossi per cui si può importare un macchinario ma non i pezzi di ricambio. «Siamo in Argentina dal 2005 – dice Stefano Reggiani, responsabile attività estere di Omicron group, azienda italiana che produce sistemi di alimentazione elettrica ed equipaggiamenti di energia per Tlc –. Le cose sono andate molto bene fino al 2009-2010, poi la crisi si è sentita. I regimi fiscale e doganale si sono fatti più rigidi, abbiamo difficoltà a importare componenti per la nostra fabbrica in Argentina. Ma resistiamo, perché essendo un’impresa di piccole e medie dimensioni (25 milioni circa il fatturato) riusciamo a essere più flessibili e a rimanere sul mercato quando i grandi gruppi mollano, come sta succedendo ai cinesi. Il problema è che non c’è continuità nelle autorizzazioni alle importazioni: una volta autorizzano tutto, la volta dopo no. Inoltre alla fine le tasse sull’import sono del 60%, tra Iva, addizionali, balzelli vari. Poi vengono restituite tramite compensazione, ma intanto bisogna pagarle subito tutte. Il che è sostenibile solo se si lavora con regolarità».
Secondo l’Ice, l’export italiano l’anno scorso è cresciuto del 18% anno su anno, contro il 7% del totale dell’export mondiale verso l’Argentina, ma comunque resta su valori bassi (il 2% circa del totale delle importazioni argentine). È però qualificato: si tratta soprattutto di prodotti industriali e tecnologia, in quanto il Paese ha bisogno di migliorare le proprie capacità produttive, aumentare le competenze della manodopera e industrializzarsi di più. Il 9,2% del Pil è dato dall’agricoltura, ma manca la lavorazione locale e il settore finisce per fornire solo materie prima da esportazione, circostanza che la rende vulnerabile.
Secondo un recentissimo report dell’ufficio studi di Euler Hermes, molti settori oggi presentano aspetti di vulnerabilità. L’elettronica, per esempio, a corto di investimenti è troppo dipendente dalla fiacca domanda interna. Le auto, a causa di una pesante tassa piazzata dal Governo per limitare le importazioni, hanno visto crollare del 40% le vendite. L’agricoltura non va male sia per le forti importazioni cinesi di soia argentina sia per il fatto che le sanzioni Ue e Usa alla Russia portano Mosca a guardare verso Buenos Aures. Un capitolo a parte è quello dell’energia, settore “drogato” dai sussidi governativi concessi da anni alle società produttrici con conseguenti prezzi bloccati per il consumatore finale fin dal 2003. Ma in aprile i sussidi sul gas sono stati tagliati del 20% e altri tagli sono stati annunciati.
Nel complesso, l’Argentina resta ostica per le imprese: «È un Paese dove non è facile operare – conferma Giulio Bertini, Ceo di Noemalife Argentina, filiale di un gruppo internazionale con sede a Bologna, che opera nel mercato dell’informatica per la sanità – . Il sistema sanitario, per esempio, è molto frammentato, sia tra pubblico e privato sia a livello territoriale. Un’impresa, per potervi lavorare, deve conoscere perfettamente il mercato e avere persone sul posto che vi operino. Oggi, qui si vive come se il default non ci fosse. I problemi sono, piuttosto, quelli cronici dell’Argentina. L’inflazione, tanto per cominciare. Una burocrazia senz’altro lenta, grossi vincoli alle dogane. Noi, poiché vendiamo servizi e non dobbiamo importare merci né abbiamo necessità di scorte, siamo avvantaggiati in questo senso. Ma abbiamo bisogno, a causa dell’inflazione, quando entra liquidità per un lavoro eseguito, di proteggere la valuta e a questo scopo dobbiamo ricorrere a vari strumenti bancari».

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