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Argentina, nuovo piano sui bond

Con una mossa a sorpresa, l’Argentina è giunta a più miti consigli decidendo di riaprire i termini dello swap agli ultimi obbligazionisti, una quota residua del 7%, ed evitare il secondo default in dodici anni. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente Cristina Fernández de Kirchner che in un discorso in diretta alla Tv nazionale ha enfatizzato la volontà del governo «di volere pagare i debiti dei bondholder». Una decisione che segue la sentenza della Corte di Appello americana di venerdì scorso con cui i giudici hanno ordinato il pagamento di 1,33 miliardi di dollari ai fondi di Paul Singer, la Elliot Management Corp e ad altri fondi. «Il governo è un pagatore seriale non un debitore seriale», ha aggiunto il presidente rispondendo a chi aveva definito l’Argentina un “defaulter seriale”.
Un cambio di giurisdizione
Un case history che non ha eguali quello del paese sudamericano e che rimette al centro della discussione la funzionalità dei mercati finanziari internazionali a cominciare da quello obbligazionario. Perché la scelta della Kirchner di riaprire per la terza volta lo swap agli holdout che insistono per il pagamento integrale dei bond, non si ferma qui. Il piano di Buenos Aires prevede, infatti, di modificare la giurisdizione sulle obbligazioni in circolazione, ovvero quelle già offerte nei due scambi precedenti del 2005 e del 2010 oltre a quello appena annunciato, portandola da New York a Buenos Aires: in questo modo, evitando la giurisdizione americana potrà essere aggirato il divieto imposto da giudici americani.
La cooperazione delle banche
Come il divieto sancito dal giudice Thomas Griesa del Secondo distretto di New York e confermato in Appello che prevede il veto per le istituzioni finanziarie americane di cooperare con l’Argentina anche nel pagamento delle cedole dei bond in circolazione. Cooperazione che oggi, alla luce della sentenza, costituirebbe complicità nella violazione di un ordine della Corte e che esporrebbe gli istituti coinvolti a responsabilità diretta. È il caso della Bank of New York Mellon che funge da trustee e agisce da agente pagatore per l’Argentina che ora si troverebbe nella posizione di non potere pagare 42 milioni di dollari di interessi che scadono il 2 dicembre per il bond 2017 e 496 milioni per il bond 2033 il prossimo 31 dicembre. ««La Kirchner si trova nella posizione di dovere pagare tutti, per non rischiare di andare in default, o non pagare alcun obbligazionista – commenta Pietro Adami, avvocato internazionalista ed esperto di class action -. La decisione del giudice Griesa è peculiare perché mette in un angolo l’Argentina che continua a ripetere di non volere pagare gli obbligazionisti».
Default per ora rimandato
Ora la palla passa alla Corte Suprema la cui decisione di ultima istanza non arriverà prima di sei mesi. Il default dunque è rimandato: gli stessi Cds contratti per assicurarsi contro il rischio default che da mesi quotano su valori massimi, ieri sono scesi. Fino ad allora, infatti, la sentenza della corte di Appello non sarà esecutiva, ma è una corsa contro il tempo per evitare che divampi una nuova crisi del debito dopo il default da 100 miliardi di dollari del 2001. Da allora sono state due le offerte di ristrutturazione messe in campo da Buenos Aires, nel 2005 e nel 2010 e in entrambi i casi venne applicato un forte haircut con un’offerta non oltre il 30% del valore nominale: al primo piano aderì il 72% dei bondholder e nel secondo caso il 20 per cento. Sul mercato secondario, le obbligazioni oggi viaggiano attorno a 50-60 centesimi per le scadenze 2023 e 2033 mentre i bond zero coupon scadenza 2038 ieri quotavano attorno a 33 centesimi.

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