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Argentina: ecco il duo Fernández-Kirchner la scommessa del peronismo soft

BUENOS AIRES — In un’America Latina percorsa da proteste, con governi abbattuti dalla piazza o vacillanti, violenze dei narcos in aumento, esodi di migranti, l’Argentina potrebbe distinguersi come un modello positivo. La sua democrazia dell’alternanza funziona, il ricordo delle feroci dittature è ormai confinato nei luoghi rituali, come il Parco della Memoria in omaggio ai desaparecidos . Buenos Aires ieri ha celebrato l’avvicendamento al vertice: gli elettori hanno dato il benservito al presidente Mauricio Macri, il neoliberista che ebbe una breve stagione di popolarità in Occidente. Al suo posto gli argentini hanno voluto richiamare i peronisti: il nuovo presidente è Alberto Fernández, la sua vice è Cristina Kirchner, lei stessa già due volte alla guida del Paese. Il passaggio dei poteri si svolge in modo ordinato. Anche se Buenos Aires è “la capitale mondiale delle manifestazioni” – è rara una giornata senza cortei che sfilino davanti alla Casa Rosada in Plaza de Mayo – la caduta di Macri è avvenuta nel modo più normale possibile, alla scadenza del mandato e col suffragio universale.
L’investitura
Eppure nessuno si sognerebbe di prendere per modello l’Argentina, che è all’ottava bancarotta sovrana, e nella sua storia turbolenta ha già “consumato” 30 salvataggi del Fondo monetario internazionale. L’ultimo default del debito estero, nel 2001, ha lasciato tracce pesanti anche nei portafogli di tanti risparmiatori italiani. E la storia sembra pronta a ripetersi con una regolarità implacabile.
Cambiano i protagonisti, cambia lo sfondo geopolitico, a volte con novità clamorose. Per esempio, all’investitura di Alberto e Cristina mancava il vicino più importante, il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, che ha definito i nuovi governanti argentini «due banditi di sinistra». È la conferma del riallineamento in corso in tutta l’America latina, che coinvolge anche i rapporti con Washington: l’Argentina e il Messico sono le due acquisizioni più recenti nel campo della sinistra anti-Trump, mentre la Bolivia liberata da Morales è passata nel campo delle destre con Brasile e Cile. Un altro fattore decisivo è il Papa argentino: Francesco ha avuto un ruolo nel riconciliare la Kirchner e il suo ex chief of staff Fernandez. Lotta alla povertà e alle diseguaglianze: Papa Francesco ha dalla sua il nuovo ministro dell’Economia argentino, Martìn Guzmàn, già docente alla Columbia University di New York e allievo del premio Nobel Joseph Stiglitz. Il peronismo torna al governo con ricette che piacciono ai populisti del mondo intero, Stiglitz essendo uno dei pensatori di riferimento del Movimento 5 Stelle in Italia.
Questa Argentina ti accoglie come una Repubblica di Weimar, senza le ombre del totalitarismo in agguato. In comune con la Germania dei primi anni Trenta – oltre ai tanti ebrei tedeschi qui immigrati – ha il fascino decadente, la vitalità culturale, l’alta istruzione media, librerie, musei, gallerie d’arte e centri culturali ovunque. E purtroppo ha in comune l’iperinflazione (55% di aumento dei prezzi al consumo), la svalutazione galoppante. Il governo per frenare le fughe di capitali ha dovuto imporre restrizioni valutarie drastiche: massimo duecento dollari a persona al mese. Il mercato dei cambi offre un piccolo squarcio sulla realtà argentina. Il centro direzionale di Buenos Aires, proprio attorno alla Casa Rosada presidenziale, ospita i quartieri generali di tutte le grandi banche. Palazzi monumenta-li, mausolei all’inefficienza, con personale pletorico e inutile, dove si rifiutano di cambiarti dollari se non sei cliente, proprio mentre dovrebbero facilitare quei turisti che portano valuta pregiata; loro stessi ti dirottano verso piccole agenzie di strada dove si pratica il cambio nero.
Ma non puoi percepire la vera durezza di questa crisi se rimani nel centro di Buenos Aires: i ricchi che abitano nei bei quartieri come Recoleta, La Isla Norte e Palermo con i loro palazzi Art Déco, o nei nuovi grattacieli di Puerto Madero, hanno tecniche ben collaudate di evasione fiscale, nei conti bancari del paradiso fiscale uruguaiano. I ricchi latifondisti delle Pampa, che esportano nel mondo più grano dell’Australia e di recente hanno conquistato il mercato cinese della carne suina, sanno come parcheggiare all’estero gli incassi in dollari euro o renminbi. Perfino il ceto mediobasso ha espedienti antichi: compra gli appartamenti pagando in contanti, o investe i risparmi in auto straniere che si rivendono usate a un prezzo più alto del nuovo, “miracoli” dell’iperinflazione alla Weimar. La vera povertà sta cominciando ad apparire nel centro di Buenos Aires in forme discrete: qualche homeless, immigrati boliviani e venezuelani, bambini che chiedono l’elemosina. Ma è la “grande” Buenos Aires (12 milioni dell’area metropolitana esterna, contro i 3 milioni della città) quella che contiene tanta miseria; peggio ancora le campagne. Su 44 milioni di argentini un terzo vive ormai sotto la soglia della povertà; il 13% dei bambini soffrono di denutrizione.
È la tragedia quasi cronica ormai, di un Paese che fu tra i più ricchi del mondo. Tra l’ultimo quarto dell’Ottocento, e la grande crisi del 1929, l’Argentina era arrivata ad essere una delle dieci nazioni più opulente, con reddito pro capite superiore alla Francia. Ancora nel 1970 aveva un’economia due volte più ricca del Cile, che oggi l’ha superata nettamente. Laboratorio politico “d’avanguardia” lo divenne fin dal 1946, quando Juan Peròn diede vita al movimento che mescolava ingredienti del socialismo e del fascismo; un’ideologia “giustizialista”, un consenso di massa fondato sui sindacati, la spesa pubblica clientelare, l’assistenzialismo, il protezionismo. Il peronismo disprezzato dai neoliberisti, che si sono rivelati incapaci però di superarlo.
Linguaggio suadente
Macri era il beniamino del Fondo monetario internazionale eppure non ha modernizzato il Paese, né ha tentato un vero risanamento dei conti pubblici. Ora la coppia Alberto- Cristina parla un linguaggio suadente, un peronismo soft che tenta di non spaventare nessuno: promette che proteggerà i più deboli, farà guerra alla miseria e alla disoccupazione, ma senza imporre perdite agli stranieri che (incautamente) hanno ancora investito nei tango- bond. Cento miliardi di dollari di debito da ripagare, e un prestito d’emergenza di 57 miliardi del Fmi che si sta velocemente esaurendo: la resa dei conti non potrà essere rinviata all’infinito. Né si possono penalizzare troppo gli investitori esteri, essenziali per nuovi progetti come lo sfruttamento di Vaca Muerta, uno dei più grandi bacini di “shale gas” del mondo. Avanzano anche i cinesi, sempre attenti a infilarsi dove gli Stati Uniti lasciano dei vuoti d’influenza. Tutti hanno interesse a capire che cosa sarà questo nuovo peronismo, tre quarti di secolo dopo l’esperimento originario.
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