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Architetti, commercialisti e infermieri Arriva la svolta dell’equo compenso «Le banche centrali ci hanno salvato» Banche venete: l’accordo

Intesa Sanpaolo ha raggiunto l’accordo con i sindacati sull’integrazione delle ex Veneto banca e Popolare di Vicenza. Dopo quella sulle 4 mila uscite volontarie, l’accordo sancisce il definitivo accorpamento degli istituti nel gruppo e disciplina per 8.300 dipendenti temi come organizzazione del lavoro, welfare, retribuzioni, mobilità, riqualificazione. Soddisfatta la Fabi: «Ora si rimborsino tutti i risparmiatori traditi».

Non sarà possibile chiedere all’architetto prestazioni aggiuntive a titolo gratuito. Oppure mettere a carico dell’avvocato le spese per la controversia. O ancora fissare termini di pagamento per il commercialista superiori ai 60 giorni. Sembra fatta per il cosiddetto equo compenso, principio che definisce legittima la parcella dei professionisti solo se «proporzionale alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. La norma riguarda 4 milioni e mezzo di persone. Chi fa parte di un ordine professionale, come gli avvocati, di un collegio, come i geometri, oppure è riunito in associazione, come gli infermieri. E si applica non solo quando il rapporto di lavoro è con un’azienda privata ma anche quando il committente è la pubblica amministrazione. Non è ancora legge ma dovrebbe diventarlo presto.

Si tratta di un emendamento approvato dalla commissione Bilancio del Senato al decreto fiscale, il provvedimento che anticipa la legge di Bilancio, la vecchia Finanziaria, e che ieri è arrivato nell’Aula di Palazzo Madama. Già oggi il provvedimento dovrebbe essere approvato con la fiducia per poi passare alla Camera, dove però non ci dovrebbero essere modifiche visti i tempi stretti per la conversione. «È un impegno preso con i professionisti per sradicare un vero e proprio caporalato intellettuale», dice il ministro della Giustizia Andrea Orlando. L’iter è stato travagliato. Nella prima versione del decreto, l’equo compenso riguardava solo gli avvocati. Poi era stato eliminato. Adesso ricompare per tutti. Incassando la «gratitudine» di Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni.

Secondo Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, si tratta però di un «pasticcio» con diversi «problemi di attuazione». Alcune regole andranno definite in un secondo momento. E una buona fetta resterà derogabile in caso di accordo tra le parti, cioè tra il professionista e l’azienda o la pubblica amministrazione. I rapporti di forza, quindi, conteranno ancora.

Nel frattempo è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto che definisce il debutto dal prossimo anno dei Bes, gli indicatori di benessere equo e sostenibile, che nella misura dello stato di salute dell’Italia affiancheranno il Pil, il prodotto interno lordo. Tra le voci da tenere sotto occhio anche l’abusivimo e l’obesità.

TORINO «Non è abbastanza». A dispetto degli entusiasmi del governo e di Matteo Renzi, l’aumento del Pil — il più elevato dal 2011 — non riesce a scaldare Michael Spence, premio Nobel per l’Economia nel 2001, ospite martedì del Collegio Carlo Alberto nell’ambito di Vision Europe Summit, l’appuntamento sbarcato per la prima volta a Torino grazie alla Compagnia di San Paolo. Il Collegio è nato nel 2004 su iniziativa della Compagnia e dell’Università di Torino e si può considerare il fiore all’occhiello della formazione accademica economica finanziaria. Spence, docente di «Developing country growth» alla Bocconi si è confrontato con altri studiosi su «Globalizzazione: chi vince e chi perde».

Professore, l’Istat certifica un +0,5% nel terzo trimestre, +1,8% su anno. Siamo in ripresa?

«Non è abbastanza, cioè se si guarda al contesto generale, il Pil italiano è al di sotto del 2007. C’è bisogno di più crescita per colmare il divario e creare occupazione rispetto a dieci anni fa».

Quali settori secondo lei stanno rispondendo bene e quali no?

«Il settore bancario va male e credo che sia necessario un periodo di transizione verso l’hi-tech. La moda invece va bene, pure il design e anche alcune parti del settore finanziario le vedo solide, come ad esempio il private equity. Ci sono dei settori, ad esempio quello industriale, che danno soddisfazioni, penso in particolare alla tecnologia e ai treni alta velocità, molto importanti a livello globale. Vedo poi startup interessanti, anche se non stanno crescendo a dimensioni considerevoli, mentre la ricerca medica italiana sta producendo figure valide e bravi ricercatori. Sull’automotive non saprei, forse qui a Torino hanno idee migliori. Mi sembra un comparto altalenante. A livello globale presenta grandi opportunità, ma non so se la Cina o altri Paesi lo seguiranno».

Possiamo dire che il Qe di Draghi sia stata l’unica mossa politica dell’Europa negli ultimi anni?

«Le banche centrali sono state criticate da molti eppure ci hanno un po’ salvati, questo è certo».

Grecia, poi Brexit e ora la Catalogna. Eppure l’Europa sta crescendo. Nonostante i detrattori è più forte di quanto si creda. O no?

«Senza dubbio è un buon momento per l’Europa rispetto a 5-6 anni fa. La maggior parte delle persone concorda nel dire che si deve fare molto per completare il progetto europeo in maniera ragionevole e una valuta comune va bene».

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