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ArcelorMittal contro i commissari

Per il negoziato con il governo chiedono uno sconto sul prezzo. Il nodo esuberi e affitto

La trattativa sul futuro dell’ex Ilva è a un punto di stallo, anche se non è ancora compromessa. A sbloccare le cose, in un verso o nell’altro, dovranno essere il presidente del Consiglio Conte e la famiglia Mittal. Un confronto telefonico è previsto in mattinata. I nodi — dal punto di vista dei negoziatori del governo — sono almeno tre e tutti di sostanza. Primo: AM vorrebbe ridurre il valore di acquisto dell’azienda, fissato in 1,8 miliardi di euro. Secondo: fin d’ora la multinazionale franco-indiana, viste le difficoltà del settore, vorrebbe farsi ridurre l’affitto (concordato da qui al 2023 in 180 milioni di euro l’anno). Terzo: il valore delle quote che dovrebbe pagare lo Stato per diventare socio di Ilva per Francesco Caio e la sua squadra è troppo alto, come del resto il numero degli esuberi.

Lunedì sera gli avvocati di AM hanno depositato, in vista dell’udienza del 20 dicembre a Milano, una memoria contro il ricorso dei commissari di Ilva in amministrazione straordinaria che hanno chiesto al Tribunale di imporre alla società di proseguire la produzione e di non spegnere l’altforno Afo2.

Decisa la presa di posizione della difesa della multinazionale, sostenuta tra gli altri anche dallo studio Cleary Gottlieb, nei confronti di governo e commissari: Accusati di aver depositato un ricorso «intriso di considerazioni politiche e demagogiche» per «cavalcare l’onda della pressione mediatica e istituzionale», alimentata anche da «inappropriate dichiarazioni governative» in una vicenda che ha «natura contrattuale». No anche alla Procura di Milano, entrata nel procedimento a tutela del «preminente interesse pubblico», che trasformerebbe il procedimento civile in un’appendice di un’indagine penale. «È molto più comodo per governo e commissari accusare l’investitore straniero di voler scappare dall’Italia, erigendosi a paladini di una legalità che loro stessi hanno ripetutamente calpestato», che fare «autocritica» su come hanno gestito la vicenda, scrivono i legali secondo i quali «rasenta la calunnia» l’«accusa di voler distruggere stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale» sollevata dai pm di Taranto.

ArcelorMittal, invece, dopo aver investito 345 milioni avrebbe fatto «ogni ragionevole sforzo» per «ridurre la tensione e agevolare una soluzione bonaria» che, sottolineano gli avvocati con una frase che lascia aperta la porta al dialogo, «non è stato ancora possibile raggiungere».

AM sarebbe stata costretta a chiedere di recedere dal contratto per la gestione dell’Ilva a causa dell’eliminazione dello scudo legale e della chiusura di Afo2, decisa dalla magistratura di Taranto, che rendono «impossibile attuare il piano ambientale» e quello industriale. Anche l’accusa di aver svuotato il magazzino delle materie prime viene aggredita dai legali. Sono state usate per la produzione, assicurano, e così è stato «raddoppiato il loro valore».

Lunedì sembrava si stesse arrivando ad un memorandum da proporre venerdì, quantomeno come notizia, al giudice Marangoni. Ma all’ultimo tutto si è fermato.

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