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Arcelor mette in mora il governo. “Mai arrivati i 400 milioni per Ilva”

ArcelorMittal mette in mora il governo italiano, accusandolo di non rispettare gli impegni sottoscritti a dicembre per il salvataggio dell’Ilva. E lo fa con una lettera che imputa a Invitalia di aver saltato per due volte l’appuntamento con il primo aumento di capitale dell’azienda siderurgica, fissato dall’intesa: quello da 400 milioni interamente riservato alla società del Tesoro che affiancherebbe così i Mittal con una quota del 50% nell’Ilva, mentre a maggio del 2022 un’altra ricapitalizzazione gli consegnerà complessivamente il 60%. Per questa inadempienza ArcelorMittal annuncia la richiesta di mediazione all’ International Chamber of Commerce , oltre a chiedere il pagamento degli interessi di mora maturati sull’intero importo dei 400 milioni dalla data della missiva fino a quando l’aumento di capitale non sarà sottoscritto.
«Ci mancava solo questa…», si sarà detto Domenico Arcuri nel pomeriggio del primo marzo. Un giorno che l’amministratore delegato di Invitalia non dimenticherà facilmente. Rientrato da Palazzo Chigi, dove il premier Mario Draghi lo aveva appena rimosso dall’incarico di commissario straordinario per l’emergenza Covid, Arcuri ha trovato sulla sua scrivania quella lettera da Londra che riporta ancora più in alto mare la sopravvivenza del cuore d’acciaio del nostro Paese. E il futuro di quasi 11mila lavoratori diretti (più altre migliaia dell’indotto) del gruppo Ilva. Partita che Invitalia gioca da pivot (per conto del governo) e che, peraltro, proprio oggi vive l’ennesimo passaggio esiziale con il verdetto del Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar che ha intimato lo spegnimento degli altiforni a Taranto.
Il documento non è un vero e proprio ultimatum, visto che in più passaggi ArcelorMittal scrive di «non dubitare degli sforzi di Invitalia al fine di ottenere la necessaria provvista» dal Tesoro per onorare l’impegno, inoltre «prendendo atto con favore» dell’affiancamento di Invitalia ad ArcelorMittal nel ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar sugli altiforni. D’altro canto, a quanto risulta l’interlocuzione tra la società guidata da Arcuri e il gruppo franco- indiano non si è mai interrotta e sta proseguendo anche in questi giorni.
Nella missiva vengono ricostruiti gli ultimi passaggi della vicenda: il 5 febbraio l’assemblea per la ricapitalizzazione e la lettera di Invitalia che informava di non poter rispettare la scadenza, «confidando di poterlo fare nella seconda metà di febbraio». Il 16 ArcelorMittal comunica di aver prorogato la scadenza al 26 febbraio e che «in caso di mancata sottoscrizione» sarebbe stata «costretta ad attivare i rimedi contrattuali». Il 25 febbraio Invitalia scrive ad ArcelorMittal, che «nel corso di colloqui delle ultime ore con il governo, è stato chiarito che non sono disponibili informazioni circa i tempi entro i quali riceverà l’effettiva disponibilità della dotazione finanziaria» per sottoscrivere l’aumento di capitale. Nello stesso documento la società chiede rassicurazioni sulla «piena correttezza» della condotta di ArcelorMittal nella manutenzione degli altiforni al centro della sentenza del Tar. In sostanza, Invitalia, dunque, deroga per due volte l’impegno sulla ricapitalizzazione, ma evidentemente perché le scadenze coincidono con la crisi politica e il passaggio di consegne tra Conte e Draghi. Vicende che hanno frenato l’iter del decreto ministeriale necessario a “girare” i fondi dal Tesoro ad Invitalia. Dunque la “colpa” non sarebbe della società. «L’incertezza venutasi a creare – scrive ArcelorMittal ad Arcuri non soltanto ritarda l’attuazione del nuovo piano industriale, ma determina anche gravi ripercussioni sull’operatività dell’azienda, che si riverberano su tutti gli stakeholder interessati, inclusi i lavoratori, i fornitori e tutta la filiera italiana dell’acciaio». La parola ora spetta ai ministri dell’Economia, Daniele Franco, e dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. E forse allo stesso Draghi.
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