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Arbitrati in tempi laschi

Se la clausola arbitrale non prevede il contrario, i termini concessi dagli arbitri sono meramente indicativi.

È quanto affermato dai giudici della prima sezione civile della Corte di cassazione con la sentenza n. 1099 dello scorso 21 gennaio.

L’arbitrato sottoposto all’attenzione dei giudici di piazza Cavour è disciplinato ratione temporis dalle norme del codice di rito nel testo vigente successivamente alle modificazioni introdotte dal dlgs n. 40 del 2006.

A norma dell’art. 816-bis c.p.c., le parti possono stabilire nella convenzione d’arbitrato, oppure con atto separato anteriore all’inizio del procedimento, «le norme che gli arbitri debbono osservare nel procedimento»: in mancanza, «gli arbitri hanno facoltà di regolare lo svolgimento del giudizio… nel modo che ritengono più opportuno», ma essi «debbono in ogni caso attuare il principio del contraddittorio, concedendo alle parti ragionevoli ed equivalenti possibilità di difesa».

Circa, poi, il principio del contraddittorio una ormai consolidata giurisprudenza (fra le altre, Cass. 27 dicembre 2013, n. 28660), ha affermato che, anche nel procedimento arbitrale, l’omessa osservanza del contraddittorio non è un vizio formale, ma di attività, sicché la nullità che ne scaturisce ex art. 829, primo comma, n. 9, c.p.c. implica una concreta compressione del diritto di difesa della parte processuale. In pratica secondo i giudici della Cassazione dovrà aversi riguardo al modo in cui le parti hanno potuto confrontarsi in giudizio in relazione alle pretese ivi esplicate, giacché il vizio di violazione del contraddittorio consegue alla concreta menomazione del diritto di difesa. Si tratta, quindi, di un principio che implica che alle parti del giudizio arbitrale dovrà essere assicurata la possibilità di esercitare su di un piano di eguaglianza le facoltà processuali loro attribuite, nel rispetto della regola audiatur et altera pars.

E, ciò, avverrà se le parti non abbiano vincolato gli arbitri all’osservanza delle norme del codice di rito, è consentito alle medesime di modificare ed ampliare i quesiti posti nella loro formulazione originaria, nell’ambito dei termini della clausola compromissoria, e di formulare istanze di prova, senza che trovino applicazione le preclusioni di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c., fermo il rispetto del principio del contraddittorio.

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