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«Aprire subito dove è sicuro. Serve finanza d’emergenza»

«Serve un piano d’azione integrato per uscire dalla crisi e rilanciare il Paese. Bisogna ripartire presto, differenziando per zone», propone Corrado Passera, fondatore e ceo della banca online Illimity. Passera ha presentato un documento (ReopenItaly.it) con proposte d’insieme per superare la crisi da Coronavirus. «Usciremo dall’angolo solo se verranno rimesse a posto contemporaneamente le quattro ruote della macchina-Italia: controllo del contagio; rafforzamento delle strutture sanitarie; finanza di emergenza a imprese e famiglie; riavvio dell’economia. Tutto è collegato: apertura delle imprese, riapertura delle scuole, gestione della mobilità dei lavoratori, logistica. Non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente e siamo sommersi di ordinanze, decreti e istruzioni spesso non chiare o addirittura tra loro incoerenti».

Il rischio qual è?

«La priorità è rimettere in moto velocemente l’economia. Se non riapriamo velocemente si rischia di scivolare in una povertà diffusa. Ma se riapriamo dove non siamo pronti a gestire l’eventuale recrudescenza del virus rischieremmo problemi anche maggiori. Molte imprese sono sempre rimaste aperte e dimostrano che si può lavorare in sicurezza. Altre sono pronte a farlo. Cominciamo da queste e dalle zone in grado di monitorare i contagi e di affrontare eventuali nuove emergenze sanitarie».

Che cosa si aspetta dalla task force di Vittorio Colao?

«Quella di Colao è stata la migliore scelta che si poteva fare. Le altre persone del gruppo che conosco sono competenti e di grande esperienza. Dalla task force mi aspetto un maggiore coordinamento della fase 1 — dati per controllare i contagi, rafforzamento delle strutture sanitarie e assistenziali, finanza di emergenza a famiglie e imprese — l’accelerazione della fase 2, cioè delle riaperture, e la preparazione della fase 3, cioè del rilancio economico che avrà bisogno di piani di settori, nuovi incentivi alle imprese e tanti investimenti».

Il 4 maggio si deve aprire?

«Non si possono fare forzature generalizzate. La situazione nelle varie aziende e nei settori è diversa, non si può fare lo stesso ragionamento per zone dove c’è il massimo di contagio e strutture sanitarie al collasso e per quelle dove c’è più libertà di azione. Ma dovremo avere il coraggio di agire ed è giusto pensare per filiere. È vero che riaprendo per zone ci potranno essere problemi di concorrenza tra aziende basate in posti diversi. Ma aprire dappertutto e riscatenare il contagio sarebbe irresponsabile. Come lo sarebbe il non riaprire dove si può fare, sia pure a costo di qualche asimmetria».

Come far vivere nel frattempo famiglie e imprese?

Siamo sommersi di ordinan-ze, decreti e istruzioni spesso non chiare o addirittura tra loro incoerenti

«Serve vera finanza di emergenza. Non bastano le moratorie. I sussidi alle famiglie devono arrivare subito, se necessario sulla base di semplici autocertificazioni come in altri Paesi. Le risorse messe, sulla carta, a disposizione delle imprese in difficoltà in parte rischiano di non arrivare a destinazione o, comunque, di arrivare in ritardo nei casi in cui vengono richieste due istruttorie creditizie, pareri vari e accordi sindacali. Meglio rischiare qualche abuso e basarsi su autocertificazioni punendo dopo gli eventuali disonesti».

E poi c’è quella che lei chiama «la fase tre».

«Presto il mercato ci chiederà come faremo fronte a un debito pubblico che potrebbe raggiungere il 160-170% del Pil. Bisogna fare in modo che le aziende che possano trainare la ripresa lo facciano in maniera più veloce possibile. Servono quindi fortissimi incentivi fiscali alle aziende che investono, assumono, riportano produzioni in Italia, e agli investitori che mettono nuovo capitale. Dobbiamo rendere attraente fare impresa nel Paese e questa deve essere l’occasione per mettere mano a burocrazia e giustizia civile. Servono poi piani di settore che muovano grandi filiere come quelli sui grandi lavori, con approccio commissariale. E serve un grande progetto di investimenti federali per rilanciare l‘Europa: investimenti in infrastrutture, innovazione e istruzione gestiti e finanziati insieme per fare della Ue una grande potenza che oggi non è».

Ci sono 35 miliardi del Mes. L’Italia deve prenderli?

«Sì, se l’unica condizionalità sarà la destinazione dei fondi. La filiera della salute è uno dei settori che può dare spinta alla crescita sostenibile in Italia e in Europa, con milioni di posti di lavoro. Dobbiamo investire di più e meglio nella sanità, il numero insufficiente delle nostre terapie intensive lo dimostra».

Ma dove si trovano i soldi?

«Deve essere una combinazione di soldi italiani, di interventi straordinari europei su occupazione e sanità e poi un rilancio dell’economia gestito e finanziario a livello europeo. In fase 1 e 2, la gestione della crisi e la riapertura, dovranno essere di responsabilità nazionale. Per i fondi dovremo basarci sul pacchetto di aiuti in corso di definizione a Bruxelles e fare ulteriore debito: la copertura della Bce nei prossimi mesi sarà cruciale. La fase 3, quella del rilancio attraverso investimenti pubblici massivi e forti incentivi agli investimenti privati, la vedo possibile solo se gestita e finanziata a livello europeo. Deve essere comune interesse spingere infrastrutture, innovazione e istruzione in tutti i nostri Paesi in modo coordinato e coraggioso».

Molte imprese sono sempre rimaste aperte e dimostrano che si può lavorare in sicurezza

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