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Apple vince la battaglia legale contro Bruxelles

Con una clamorosa sentenza, la Corte europea di Giustizia in primo grado ha annullato ieri una storica decisione con la quale la Commissione europea aveva accusato il governo irlandese di avere favorito la società americana Apple, concedendo un generoso regime fiscale. Da Bruxelles, l’esecutivo comunitario non si è dato per vinto, e ha ribadito la sua volontà di combattere l’elusione fiscale e le distorsioni alla libera concorrenza anche nel campo della tassazione.

Secondo la Corte, la Commissione europea non è riuscita a dimostrare «l’esistenza di un vantaggio economico privilegiato» a favore di Apple. Nel 2016, la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, nella fattispecie la commissaria Margrethe Vestager, aveva chiesto alla società americana di rimborsare all’Irlanda 13 miliardi di euro (più interessi), pari al gettito fiscale che il governo irlandese avrebbe abbonato alla multinazionale californiana sulla base di uno specifico accordo bilaterale (si veda Il Sole 24 Ore del 31 agosto 2016).

Sia Dublino che Apple hanno presentato ricorso, e i ricorrenti ieri hanno salutato con soddisfazione la sentenza. La Commissione europea invece non ha nascosto la sua delusione. «L’esecutivo comunitario conferma il suo obiettivo di far pagare a tutte le imprese la propria parte di tasse», ha detto la signora Vestager, che malgrado il cambio di Commissione è oggi sempre responsabile della concorrenza. Nel caso di appello, una decisione finale è presumibile nel corso del 2021.

Nel mirino di Bruxelles erano in particolare i bilanci di Apple 2003- 2014. Nell’argomentare davanti alla Corte la sua posizione, la società californiana ha spiegato che per il periodo sotto inchiesta ha comunque versato alle autorità americane imposte sui profitti generati fuori dagli Stati Uniti per un totale di 21 miliardi di euro. Il caso Apple è quello più clamoroso, ma non l’unico. In questi anni più volte Bruxelles ha attaccato generosi regimi fiscali, ritenendoli illegittimi aiuti di Stato ex articolo 107 dei Trattati.

Di recente, la Corte aveva già lasciato intendere di non essere pienamente convinta dalla strategia comunitaria. Aveva dato ragione alla Commissione europea nel caso relativo a Fiat, imponendo alla società automobilistica di rimborsare 30 milioni di euro al governo lussemburghese. Viceversa aveva dato torto a Bruxelles nella vicenda Starbucks che era stata chiamata dall’esecutivo comunitario a rimborsare la stessa somma, questa volta al governo olandese.

«La sentenza della Corte europea di Giustizia non allenterà la nostra determinazione nel lottare per un fisco equo», ha affermato il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis durante una conferenza stampa dedicata giust’appunto alle politiche fiscali. L’ex premier lettone ha avvertito che la Commissione continuerà a usare «tutti gli strumenti a sua disposizione» per garantire un fisco equo e una corretta concorrenza fiscale nell’Unione europea.

Bruxelles ha confermato l’ipotesi di usare l’articolo 116 dei Trattati che dà modo all’esecutivo comunitario di correggere distorsioni alla libera concorrenza nel mercato unico provocate dalle legislazioni nazionali attraverso l’adozione di direttive, la cui violazione verrebbe eventualmente sanzionata a livello europeo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

Mentre le questioni fiscali richiedono l’unanimità, in questo caso Bruxelles potrebbe adottare misure attraverso il voto alla maggioranza qualificata.

«Stiamo lavorando per identificare in modo chiaro i casi su cui legiferare», ha spiegato dal canto suo, durante la stessa conferenza stampa, il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni. Alcuni osservatori facevano notare ieri che l’articolo 116 appare uno strumento più complicato da usare rispetto all’articolo 107, ma più trasparente e più coerente con gli obiettivi che Bruxelles vuole raggiungere: libera concorrenza ed equità fiscale.

Tornando al caso Apple, la sentenza della Corte di giustizia europea rafforza la posizione di coloro che hanno rimproverato alla Commissione Juncker di essere troppo politica. Ai tempi, l’esecutivo comunitario decise di utilizzare i propri poteri esclusivi nel campo della concorrenza per tentare di scalfire alcuni generosi regimi fiscali in giro per l’Europa, sulla scia dello scandalo LuxLeaks che prendeva di mira proprio l’ex premier lussemburghese e allora presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

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