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Apple: più di una nuvola nel cielo di Cook

di Stefano Montefiori

La prima grande sfida che Apple dovrà affrontare senza l'attenzione quotidiana del suo fondatore Steve Jobs è il lancio dell'iCloud quest'autunno. Sarà anche un importante test della tenuta del suo management, che solo due mesi fa ha perso proprio il responsabile di questo business, John Herbold, il terzo top executive che dalla primavera ha lasciato l'azienda, alimentando le voci di una «fuga dei cervelli» da Cupertino.
Il cloud computing è la nuova frontiera su cui tutti i grandi dell'high-tech (e non solo, vedi articolo qui sotto) si stanno cimentando: un servizio che permette ai clienti di immagazzinare nella nuvola (mega-computer centralizzati e condivisi fra diversi utenti) tutti i possibili contenuti — musica, video, giornali o libri comprati online, ma anche documenti e foto propri — e poi usarli dove e come vogliono, sul pc, sul telefonino intelligente, sul tablet o su qualsiasi altro apparecchio collegato a Internet.
Nuova era
È la nuova era della Silicon Valley, la fine della centralità del pc. Jobs, che aveva iniziato la rivoluzione del pc nel 1977 con l'Apple II, è stato anche il creatore dei nuovi strumenti che stanno rendendo superfluo il personal computer, dall'iPod (2001) all'iPhone (2007) fino all'iPad (2010). Ora ha lasciato la guida di Apple con due missioni incompiute: oltre all'ingresso nella nuvola, la conquista dei salotti con la tv intelligente, perché l'attuale Apple Tv non è all'altezza delle aspettative. I fan della Mela sperano in una vera iTelevision: secondo Dylan Tweeney di Venture Beat dovrebbe essere la sorpresa del 2012.
Sulle novità pesa però l'incertezza di come riuscirà a funzionare il team di talenti che Jobs aveva messo insieme dopo il suo ritorno in Apple nel 1997. Con lui si era portato da Next (la sua azienda durante l'esilio da Apple) due collaboratori chiave: Scott Forstall, l'architetto dell'iOS, il sistema operativo «cervello» dell'iPhone, usato anche per gli altri apparecchi Apple connessi a Internet, l'iPod touch, l'iPad e l'Apple Tv. E Bertrand Serlet, il padre dell'OS X, il sistema operativo del Mac. Quest'ultimo è il primo top manager ad aver lasciato Apple lo scorso marzo ed è stato sostituito da Craig Federighi. Poi all'inizio di giugno se n'è andato Ron Johnson, il mago del retail che ha inventato la formula dei negozi Apple, con il loro unico look e il servizio Genius Bar: non si sa ancora chi prenderà il suo posto. E alla fine dello stesso mese si è dimesso Herbold, il senior manager che fino ad allora si era occupato dell'iCloud, con investimenti enormi nei nuovi data center del North Carolina e l'arruolamento degli executive per farli funzionare. Giovedì scorso Apple ha annunciato che il suo incarico passa a Eddy Cue, un veterano (22 anni a Cupertino) riscoperto e valorizzato da Jobs nel '97: a lui si deve l'invenzione dell'iTunes, il negozio online che ha cambiato per sempre il mondo della musica; e a lui fa capo anche l'App Store, il negozio online da cui deriva una buona fetta dei profitti della Mela. Promosso a senior vice president, Cue ora si occuperà della pubblicità online iAd oltre che dell'iCloud.
La perdita più temuta a Cupertino sarebbe quella di Jonathan Jony Ive, capo dell'Industrial design e di fatto l'altra metà della Mela: la sua simbiosi con Jobs è tale, che alla Apple li chiamano con un nomignolo unico, «Jives». Ive e il suo team lavorano in un laboratorio isolato del campus «Infinite loop», ultra segreto e accessibile solo a Jobs e a pochi altri top manager. A lui si deve lo stile di tutti i prodotti più popolari della Apple, dall'iMac ricoperto di plastica e colorato come una caramella fino al sottilissimo iPad. Ive è miliardario grazie alle stock option e secondo indiscrezioni del Sunday Times all'inizio dell'anno voleva lasciare la California e tornare in Gran Bretagna, il suo Paese d'origine, per farci studiare i suoi figli gemelli.
Per Ive, come per gli altri collaboratori stretti di Jobs, ora che il fondatore non è più lì a chiedere l'impossibile tutti i giorni, continuare a lavorare a Cupertino può non essere più interessante come prima. Naturale quindi guardarsi intorno e cercare nuove avventure, secondo lo spirito autentico della Silicon Valley.
Sugli altri top manager di Apple non sono circolate ancora voci di possibili cambiamenti. Philip Schiller, in Apple dal '97, è lo stratega delle campagne di marketing capaci di creare spasmodica attesa per i nuovi prodotti e aveva già sostituito Jobs nelle grandi presentazioni pubbliche: secondo alcuni osservatori sarebbe stato il successore più adatto al trono, e non essere diventato lui il ceo potrebbe fargli ripensare la sua carriera.
Il chief financial officer, Peter Oppenheimer, in Apple dal '96 sta seduto su una pila di 76 miliardi di dollari in contanti e fa da ponte fra la Silicon Valley e Wall Street, dove le azioni Apple hanno continuato a salire anche dopo il commiato di Jobs, mantenendo il primato della società con più capitalizzazione di Borsa, 361,5 miliardi di dollari contro i 360 di ExxonMobil. E l'ingegnere Bob Mansfield è in carico dell'hardware dei Mac dal '99.
Dietro le quinte
Riuscirà il nuovo ceo Tim Cook a tenerli insieme e a continuare a far funzionare il motore dell'innovazione di Apple? Cook ha costruito una grande fabbrica virtuale, il sistema di produzione esterno che dall'Asia esegue con fedeltà, velocemente e a basso prezzo gli ordini impartiti da Cupertino. Cook è perfetto come leader di un'azienda simile a un esercito, come l'ha descritta Philip Delves Broughton sul Financial Times. Ma la sua attenzione all'efficienza operativa, non bilanciata dalle intuizioni di Jobs, può far grippare quel motore.

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