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Apple ferma la corsa degli utili In bilico il ceo Tim Cook

La bufera che si è addensata su Apple è tutta nei numeri: i suoi utili potrebbero essere scivolati del 18% tra gennaio e marzo, alla tuttora ragguardevole cifra di 9,53 miliardi ma subendo il primo declino dei profitti in dieci anni. Il giro d’affari dovrebbe raggiungere i 42,4 miliardi, ma crescendo solo dell’8%, l’andamento più fiacco dal 2009. E sono numeri che potrebbero adesso costare cari anche ai vertici: in Borsa, segno del nervosismo che scuote un’azienda un tempo considerata invincibile, cominciano a diffondersi voci di una possibile successione forzata all’ad Tim Cook.
L’ex regina della capitalizzazione a Wall Street solleverà questa sera il sipario sui conti del suo secondo trimestre fiscale, dopo aver sofferto negli ultimi mesi un brutale declino tra gli investitori preoccupati per il futuro dei suoi gadget, anzitutto gli iPhone, davanti alla concorrenza di Samsung e Google e ai dubbi sulla sua capacità di continuare a innovare. Le quotazioni hanno ceduto oltre il 40% dai massimi di settembre, cadendo da più di 700 dollari a circa 400 (un altro primato negativo, questa volta dal 2011) e bruciando nel percorso a ritroso quasi 300 miliardi di market cap. Nel solo 2013 la flessione è stata del 27%, sufficiente per essere qualificata come una correzione al ribasso.
Anche l’outlook rimane offuscato. Si sono moltiplicate le revisioni al ribasso per il trimestre in corso, quello a fine giugno e terzo fiscale per l’azienda: nell’ultima settimana sono state ridimensionate dell’1,5% negli utili e dell’1% nel fatturato. Mentre i movimenti sulle opzioni mostrano che la volatilità del titolo potrebbe rimanere elevate.
La rivista Forbes ha dato apertamente credito alla possibilità che la poltrona di Cook nei panni di erede di Steve Jobs possa cominciare a vacillare, con il board di Apple che potrebbe cioè dare il via informale alla ricerca di un nuovo leader. Fortune ha sua volta registrato le inquietudini di qualche fondo e commentatore. Di sicuro la sua luna di miele con gli investitori è tramontata.
Altrettanto certo è che la crisi di leaderhip e performance ha stupito, per la profondità, gli stessi operatori oltre ai dirigenti del gruppo di Cupertino. Apple continua a macinare profitti, rimanendo alla guida della redditività del settore: se solo rispetterà le attese, supererà la somma degli utili di Google e Microsoft.
Per spezzare l’assedio in Borsa, Apple potrebbe tentare senza indugi un aumento del dividendo del 17% o più generosi piani di riacquisto di azioni proprie utilizzando un «tesoro» in contanti pari a fine dicembre a 137,1 miliardi. La maggioranza degli analisti che seguono l’azienda, 45 su 58 stando ai sondaggi, mantiene tuttora una raccomandazione di «strong buy» o di «buy» sull’azienda, vale a dire d’acquisto. Al momento il titolo, attorno ai 390 dollari, può essere considerato tra i meno preziosi: è scambiato a sole 8,85 volte gli utili per azione dell’ultimo anno. Considerando le proiezioni di crescita per i prossimi dieci anni, inoltre, numerosi analisti ipotizzano una quotazione nettamente superiore a quella attuale, fino a 565 dollari. Una magra consolazione. Come anche l’inclusione nella squadra delle «magnifiche cinque»: per la prima volta in otto anni le cinque aziende con la maggior capitalizzazione al mondo sono americane, Exxon Mobil, Apple, Google, Berkshire Hathaway e Wal-Mart.

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