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Apple e Google, due aziende-Stato

Lo scontro tra Fbi e Apple sulla possibilità, per l’intelligence americana, di poter accedere alle informazioni contenute nel telefonino di un criminale (l’attentatore di San Bernardino che ha ucciso 14 persone e ferito altre 22) deve far riflettere sulla nostra vita 2.0. E a cosa siamo disposti a fare per proteggerla.

È assodato che lo smartphone (una volta lo chiamavamo semplicemente telefonino, ma ci si telefonava solo…) è diventato la vera «scatola nera» della nostra esistenza (citazione dal bellissimo film «Perfetti sconosciuti», ancora al cinema).

A questo oggetto demandiamo lo svolgimento di buona parte delle nostre attività, anche lavorative (quelli che una volta erano dei colloqui a voce, oggi sono diventate delle chat; quelle che una volta erano semplici foto, oggi sono testimonianze in tempo reale del nostro vivere e vanno subito su Istagram o su facebook…).

E poi ci sono i segreti, quelli piccoli o quelli grandi, quelli che una volta occorreva nascondere chiamando dai telefoni per strada (oggi lo fanno ancora gli evasori svizzeri, come ha raccontato proprio nei giorni scorsi ItaliaOggi) oppure riponendo cose proibite dentro cassetti chiusi a chiave in scrivanie o armadi in soffitta.

Oggi invece è tutto lì, dentro quell’oggetto rettangolare che portiamo sempre in tasca.
Quello stesso dove, per esempio, io stamattina ho ricevuto una chiamata proveniente da un numero con il prefisso di una città siciliana. Era un call center che mi chiamava per propormi una nuova offerta commerciale. Io ho reagito malissimo: «chi le ha dato questo numero di cellulare, non mi dovete rompete le scatole! Se voglio comprare qualcosa sono io che vado in un negozio, non dovete essere voi a chiamarmi sul mio telefonino».

Poi ho pensato: ma sono stato io ad autorizzare questi signori a rompermi le scatole, quando ho firmato, più o meno consapevolmente, le decine di moduli sul trattamento della privacy che banche, assicurazioni, gestori di pubblici servizi (energia, telefonia, gas etc) mi hanno sottoposto con insistenza in questi anni.

E allora ecco il punto: facciamo tutti finta di credere, a livello nazionale e internazionale, che ci sia una normativa sulla privacy che ci tutela, ma poi basta il primo call center che quella normativa la aggira proprio avvalendosi di quella stessa norma sulla privacy che glielo ha consentito. Curioso, no? Oggi Apple e Google dicono invece che no, non si può accedere ai dati riservati del possessore di uno smartphone, neppure se questo è di un criminale, perchè se dicessero di sì all’Fbi, a quel punto avrebbero dato all’intelligence ( e forse anche a qualche altro malintenzionato) le chiavi per conoscere tutti i nostri segreti.

Eppure sono sempre Apple e Google che tracciano elettronicamente ogni giorno i tempi delle nostre vite, e non si fanno scrupoli di mandarti, senza che tu lo voglia, chessò, una canzone dentro il tuo iTunes, magari di un gruppo musicale che non ti piace, oppure di segnalare le tue abitudini di acquisto a varie imprese commerciali. D’altronde, loro ti dicono: tu hai sottoscritto un contratto sulla privacy (anche perchè, se non lo facevi, col cavolo che potevi continuare a usare la tua posta elettronica, per esempio!) e quindi ci hai autorizzato a fare tutto questo!

Eppure questi signori davanti a un criminale (è assodato, eh? non si tratta di un presunto colpevole, con un processo in corso, ma di uno beccato con il fucile ancora caldo in mano!), i duri e puri di Apple e Google stanno dicendo che no, non è possibile violare le informazioni contenute nel suo smartphone, neppure a fini di giustizia o di antiterrorismo.

Personalmente non credo sia giusto. In questi anni, dopo l’11 settembre 2001, tutti abbiamo dovuto rinunciare a molte delle nostre libertà, sulla base di normative emergenziali hanno di fatto ristretto i nostri campi del vivere, e ci hanno sottoposto a controlli più o meno consapevoli. E per varare queste norme non è stata certo chiesta la nostra autorizzazione.

Oggi, che il mondo intero sta affrontando una vera e propria terza guerra mondiale combattuta da criminali che non fanno più parte di eserciti chiaramente individuabili, loro, i signori che gestiscono il patrimonio informativo di tutti noi, non vogliono aprire quello smartphone perchè altrimenti, così facendo, creerebbero un precedente gravissimo.

E se invece la vittoria di questa guerra contro il crimine transnazionale dipendesse proprio da quelle informazioni? Mi pare che vadano in questa direzione anche le parole del fondatore di Microsoft Bill Gates: «Questo è un caso specifico in cui il governo chiede l’accesso ad alcune informazioni. Non stanno chiedendo una cosa generale, è una richiesta per un caso specifico. Non c’è differenza dal domandarsi se si debba consentire una richiesta di informazioni alla compagnia telefonica, o se si possa chiedere ad una banca di fornire i registri bancari».

Veramente queste due multinazionali oggi possono pensare di comportarsi come dei super-Stati che vivono con una regolamentazione propria, autonoma e indipendente da quella di tutto il mondo?

Non sarà che il vero tema del dibattito è proprio questo, e cioè che due multinazionali hanno messo le mani sulle nostre vite 2.0 e che ora ci tengono in pugno tutti decidendo di fare loro le regole e di imporle a tutti senza alcun timore (basti vedere, per esempio, le tantissime controversie che hanno in giro per il mondo in materia fiscale)? La privacy, insomma, è solo un pretesto…

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