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Apple condona i pirati musicali web

di Sergio Luciano  

Se ne sono accorti, per ora, soltanto i blog specializzati: Steve Jobs ha condonato la pirateria musicale via internet. E l'ha fatto con la benedizione dei discografici, ormai sconfitti dal free download, l'abitudine illegale ma impunibile di scaricare gratuitamente la musica dal web anziché comprare i cd in negozio.

L'ultimo regalo del mago della Apple ai patiti del web si chiama iTunes match ed è la più sorprendente applicazione del nuovo servizio lanciato dalla Casa della Mela, iCloud.

Chiunque abbia stivato nel cuore del proprio computer di casa centinaia o migliaia di brani musicali e viva con la sottile apprensione di poter essere prima o poi beccato dalla polizia postale, ha risolto i suoi problemi.

Proviamo a capirne di più. Il nuovo servizio via web lanciato da Apple, appunto iCloud, è una versione ultrapopolare del cloud computing, i computer a nuvola. Il nuovo sistema permetterà a tutti noi di archiviare i nostri documenti non più sul computer di casa o sul nostro portatile personale ma nei giganteschi archivi centrali della Apple, ai quali potremo accedere sempre via Internet: da casa, dall'ufficio, dalla spiaggia, dovunque. Privacy a rischio? Sì: non più del solito. E fin qui siamo quasi alla banalità.

Veniamo alla «bomba»: all'interno del servizio iCloud, la Apple lancia anche il servizio «Scan and match», in sigla commerciale iTunes Match, dedicato alla musica online. Per 25 dollari all'anno, si acquista il diritto di archiviare fino a 10 mila brani musicali (pari a 5 gigabyte di memoria) sempre nello stesso archivione centrale della Apple. Ma perché si chiama «Scan and search»? Perché funziona così: se io ho scaricato da internet senza pagare, quindi piratando, una copia di Yesterday dei Beatles (per esempio), mi collego a iTunes Match e inserisco il brano nel servizio di «Scan and match»: la Apple fruga («scan») nell'enorme archivio di iTunes in tutte le lingue e di brani musicali per vedere se c'è quella canzone che io ho appena scaricato. Ovviamente nel 99% dei casi, c'è: anche perché l'archivio è aggiornato costantemente da tutte le case discografiche che vi aderiscono.

A quel punto la Apple mescola («match») quel mio file musicale con i suoi, e io me lo posso sentire quando voglio da iTunes senza mai averlo pagato, al canone di 25 dollari all'anno per un max di 10 mila canzoni! Considerando che attualmente scaricare un unico brano a pagamento da iTunes costa 0,99 dollari, è evidente il valore simbolico di obolo da condono che l'importo rappresenta!

Attenzione: nulla vieta di trattenere comunque la propria copia di quel brano anche sul proprio computer, se si vuole: a quel punto, è merce pulita. Questo significa che se ieri la fantomatica Polizia postale, irrompendo a casa mia e trovando sul mio computer cento file musicali scaricati senza fattura, poteva appiopparmi una multa da tremila euro, domani irrompe e ci trova un regolarissimo collegamento a iTunes Match con dentro 5 mila file musicali che io non ho mai pagato, a fronte di quel microcanone. E non è più pirateria!

Ebbene: a quest'iniziativa Apple hanno aderito Universal, Emi, Warner, Sony eccetera. Tutti. Per loro, è il male minore. Per l'industria musicale come l'abbiamo conosciuta noi è l'ammainabandiera. I cantori del peer to peer, puristi talebani dell'internet gratuito, storcono il naso, incontentabili: per loro, l'operazione della Apple è pur sempre una «normalizzazione» di un fenomeno spontaneo. Ma a parte questi fondamentalismi anarchici, l'invenzione di Steve Jobs è l'ennesimo colpo all'antica sacralità del diritto d'autore.

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