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Apple affida a un italiano un tesoro da 160 miliardi

Quello di Maestri, master alla Boston University, è comunque un segnale incoraggiante per la qualità di fondo e il potenziale del nostro paese, per come il nostro talento si afferma in un contesto globale sempre più competitivo anche sul piano manageriale. Il suo non è un caso isolato. Altri italiani ricoprono oggi cariche ai vertici di multinazionali, da Sergio Marchionne, ad di Fiat Chrysler a Lamberto Andreotti, ceo di Bristol-Myers Squibb. Da Fabrizio Freda, alla guida di Estee Lauder, a Vittorio Colao, ceo di Vodafone, da Massimo Tosato, vicechairman di Schroeder a Londra ad Alberto Cribiore, vicechairman di Citi fino a Gianfranco Lanci direttore operativo di Lenovo.
Il percorso di Maestri è classico, prenderà le redini da un veterano di Apple: Peter Oppenheimer, da 18 anni in azienda, una “fixture”, una presenza costante nelle conference call sui risultati trimestrali e nella gestione dei rapporti con analisti e investitori. «Sapevamo che sarebbe stato il successore di Peter – ha detto l’ad di Apple Tim Cook –. Il suo contributo all’azienda è già stato significativo e si è rapidamente guadagnato la stima dei colleghi in tutto il gruppo». Il passaggio delle consegne comincerà da giugno e verrà completato a settembre.
Apple aveva prelevato Maestri solo l’anno scorso da Xerox, dove era a sua volta cfo, nominandolo vice direttore finanziario e corporate controller. Prima del colosso di stampanti e fotocopiatrici aveva ricoperto una posizione analoga, cfo, per Nokia Siemens Network e per Gm Europe. Proprio per Gm era stato executive di punta nella gestione dell’alleanza con Fiat, tra il 2000 e il 2005.
Il nuovo incarico si preannuncia estremamente delicato. Il suo predecessore Oppenheimer, che ora si dedicherà al board di Goldman Sachs, ha accompagnato l’azienda negli anni d’oro della grande crescita. Ma di recente ha dovuto fare i conti con investitori dissidenti e soci irrequieti, che invocano maggior dinamismo nel timore che l’azienda abbia perso lo spirito innovativo dell’era del fondatore Steve Jobs e non metta a frutto le ingenti risorse, tanto per premiare gli azionisti quanto nella battaglia con rivali del calibro di Google e Samsung. Una poltrona di prestigio, insomma, ma scomoda. Come peraltro è di rigore in settori e aziende globali che si confrontano con la concorrenza e combattono per restare all’avanguardia.

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