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Appello, serve un ricorso blindato

L’appello è inammissibile, in base al nuovo articolo 434 del Codice di procedura civile, se non specifica le parti del provvedimento impugnato da riesaminare, né indica le modifiche da effettuare nella sentenza di primo grado. Lo sottolinea la sezione lavoro della Corte d’appello di Roma (presidente e relatore Torrice) in una sentenza del 15 gennaio.
I giudici applicano così le nuove regole sull’atto di appello introdotte dalla legge 134/2012, di conversione del decreto legge sullo sviluppo (Dl 83/2012). Secondo le nuove norme (che valgono sia per le cause civili, sia per quelle di lavoro), chi si rivolge al giudice di secondo grado non può più limitarsi a esporre i motivi dell’impugnazione, ma deve presentare un atto con una motivazione che, a pena di inammissibilità, contenga «l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado».
Questo significa – secondo il giudice di Roma – che il ricorso (o la citazione) in appello deve essere redatto «in modo più organico e strutturato rispetto al passato, quasi come una sentenza». In sostanza, non basta più riferirsi alle sole statuizioni del dispositivo. Bisogna considerare anche le singole parti della motivazione che non si condividono e che il primo giudice ha messo a fondamento della decisione. Per ciascuna di quelle parti, poi, occorre «suggerire le modifiche che dovrebbero essere apportate» alla sentenza impugnata. Le parti del provvedimento, dunque, sono non solo i «capi» in cui si articola la decisione vera e propria, ma «anche tutti i singoli segmenti» che assumono rilievo autonomo (cioè di causalità) rispetto alle statuizioni finali.
Ma non basta. Sempre a pena di inammissibilità, nella motivazione dell’appello è richiesta anche «l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata». Un requisito, questo, che, secondo la Corte romana, impone all’appellante di chiarire il rapporto di causa ed effetto che esiste tra l’ipotetica violazione della norma di diritto e l’esito della lite.
Nella sentenza si legge ancora che questa interpretazione della nuova normativa è l’unica idonea ad assicurare la garanzia della ragionevole durata del processo (articolo 111 della Costituzione), essendo assai più probabile che il giudice d’appello arrivi in tempi accettabili alla definizione del processo quanto più i motivi dell’impugnazione siano conformi allo schema imposto dal nuovo articolo 434 (e 342) del Codice di rito civile.
Questi principi sono stati affermati nell’ambito di una causa intentata da un lavoratore per il pagamento di differenze retributive. La sentenza del tribunale aveva accertato il livello attribuito da una società al lavoratore attraverso le attestazioni delle buste-paga, messe a confronto con le dichiarazioni dei testi.
Aveva poi effettuato un dettagliato conteggio delle retribuzioni dovute dalla società al lavoratore con riferimento ai minimi tabellari fissati per il suo livello, alle ore di lavoro effettive, ai permessi orari dichiarati ma non realmente fruiti.
Quindi, disattendendo ogni singola contestazione mossa dalla società ai calcoli delle differenze retributive richiesti dal lavoratore, aveva accolto il ricorso.
Il datore di lavoro condannato ha presentato un atto di appello nel quale trascriveva i contenuti della memoria di costituzione nel giudizio di primo grado.
Aveva descritto lo svolgimento del processo e aveva infine riproposto le stesse contestazioni già formulate contro i conteggi proposti dal lavoratore, limitandosi ad affermare che la decisione impugnata era destituita di fondamento perché non aveva tenuto conto di quanto dedotto dalla società a dimostrazione dell’erroneità dei conteggi.
Secondo la corte romana, l’appellante ha indicato le statuizioni che non condivide, ma «ha omesso di indicare le modifiche proposte con riferimento a ciascuna parte della sentenza». Dunque, non ha rispettato il nuovo articolo 434 del Codice di procedura civile.

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