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Appello, filtro non troppo rigido

La porta dell’appello è chiusa solo per le impugnazioni pretestuose. E il giudice di secondo grado non deve basarsi su impressioni superficiali per sbarrare le porte a chi vuole ribaltare la sentenza di primo grado.

La Corte di appello di Roma, seconda terza civile, con l’ordinanza 23 gennaio 2013, ha chiarito la portata dell’articolo 348 bis del codice di procedura civile: il filtro agli appelli, introdotto dal decreto legge 83/2012, non può trasformarsi in una forca caudina, ma serve solo a scoraggiare chi, avendo torto pieno, strumentalizza la giustizia, costringendola a occuparsi di vicende ormai correttamente definite.

Viene così accolta l’esigenza di evitare che il filtro diventi un ostacolo insormontabile all’esercizio dei diritti in nome di un processo veloce sì, ma ingiusto.

Il filtro. L’articolo 348 bis del codice di procedura civile dispone che l’impugnazione deve essere dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta. Preventivamente, dunque, il giudice deve valutare se ci sono probabilità di accoglimento dell’appello. Se la risposta è negativa, rimane sempre la possibilità del ricorso in Cassazione, anche se si tratta di un rimedio a metà, considerando che la Cassazione giudica solo sulla esatta interpretazione della legge e non giudica quasi mai sul fatto.

Nel dettaglio all’udienza di trattazione, il giudice, prima di procedere alla trattazione, sentite le parti, dichiara inammissibile l’appello, con ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi. La decisione sull’ammissibilità dell’appello deve, dunque, essere preceduta da una discussione tra i soggetti coinvolti, che possono dire la loro opinione: il giudice deve, infatti, sentire le parti.

Inoltre il giudice provvede sulle spese di regola condannando la parte appellante, autore dell’appello inammissibile. L’ordinanza di inammissibilità è pronunciata solo quando, sia per l’impugnazione principale sia per quella incidentale, ricorrono i presupposti di ragionevole infondatezza. Quando è pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto ricorso per Cassazione. In tal caso il termine per il ricorso per Cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità.

Quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per Cassazione è limitato a motivo di diritto.

Il filtro non si applica a numero ristretto di giudizi (quelli caratterizzati dall’intervento del pubblico ministero). Altra eccezione al filtro riguarda i processi sommari di cognizione, per i quali l’appello sarà deciso senza una preliminare verifica di ammissibilità.

Nessun arbitrio del giudice. La novità ha suscitato critiche per la discrezionalità della valutazione del giudice, che potrebbe anche portare a pronunce ingiuste sulla base di una veloce lettura degli atti. In questo caso l’esigenza di fare in fretta e di smaltire il lavoro giudiziario sarebbe state tutelate a discapito dei diritti delle persone.

Questo pericolo è scongiurato se avrà seguito l’impostazione della corte di appello di Roma.

Secondo l’ordinanza citata, il giudizio di ragionevole probabilità di accoglimento dell’appello a norma dell’art. 348-bis cpc non è il risultato di una valutazione sommaria e superficiale (come invece capita per i provvedimenti di urgenza di natura cautelare) e neppure di una valutazione a cognizione parziale, come quella che si riscontra nel caso dei procedimenti a contraddittorio eventuale (per esempio nel procedimento di richiesta di decreto ingiuntivo).

Nella cognizione superficiale, effettivamente, si deve andare in fretta e in nome dell’urgenza si possono considerare i fatti senza l’approfondimento tipico di un giudizio ordinario; nella cognizione parziale si sente una campana (per esempio il richiedente del decreto ingiuntivo) e il contraddittorio pieno si realizza solo se c’è opposizione dell’interessato.

Nulla di tutto questo si verifica nel filtro all’appello.

Secondo la corte capitolina l’appello non ha ragionevoli probabilità di accoglimento quando è a prima vista infondato, anzi così palesemente infondato da non meritare che siano sprecate energie del servizio giustizia, che non sono illimitate. Secondo l’ordinanza della corte di appello di Roma il filtro all’appello si inserisce, quindi, in un ampio intervento legislativo volto a sanzionare l’abuso del processo, abuso in cui si risolve l’esercizio del diritto di interporre appello in un quadro di plateale infondatezza.

Non si tratta di scoraggiare l’appello di chi ha fondate ragioni, ma di colpire chi ci tenta pur avendo torto marcio.

L’ordinanza romana è chiara nel sottolineare che l’appello privo di probabilità di accoglimento non è quello che tale appare al giudice secondo la sua soggettiva percezione, a seguito di una sbrigativa lettura degli atti, ma è quello oggettivamente tale, perché palesemente infondato. Certo un margine di discrezionalità giudiziale rimane sempre, ma si mantiene (si deve mantenere) nei limiti fisiologici di qualsiasi giudizio.

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