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Appello, 110mila cause nel mirino

Adesso tocca all’appello. Dopo la mediazione obbligatoria (estesa da marzo anche a Rc auto e condominio) prima di iniziare un processo civile e dopo il filtro in Cassazione, sono i giudizi in secondo grado a finire nel mirino. L’obiettivo è ancora una volta quello di ridurre l’arretrato monstre del contenzioso civile nel nostro Paese, che supera i 5,5 milioni di fascicoli tra merito (giudici di pace inclusi) e legittimità. Così il decreto sviluppo approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri ha introdotto un meccanismo per bloccare sul nascere i ricorsi in appello senza nessuna probabilità di essere accolti.
Una barriera che potrebbe tagliare fino a un massimo di 110mila istanze d’appello. Una stima basata sugli attuali ricorsi di secondo grado che entrano ogni anno tra Corte d’appello e Tribunali (questi ultimi sono competenti sulle impugnazioni delle pronunce dei giudici di pace) e ricadono nel perimetro di applicazione delle nuove disposizioni ma anche sulla considerazione che il 68% degli appelli poi si concludono con una conferma della sentenza di primo grado. È chiaro che nella realtà il numero di ricorsi ritenuti inammissibili potrà essere inferiore. Si tratta, comunque, di una norma che in una stima più cautelativa – come anticipato dal ministro della Giustizia, Paola Severino, nell’intervista pubblicata sul Sole 24 Ore di sabato – dovrebbe riguardare il 35% dei nuovi ricorsi. Anche in questa prospettiva più “limitata” significherebbe comunque evitare che 50-60mila fascicoli vadano a ingolfare ulteriormente l’attività dei giudici di secondo grado. Già, perché in base ai dati sull’ultimo anno giudiziario (luglio 2010-giugno 2011) le pendenze complessive in secondo grado ammontano a 445mila unità e, soprattutto, sono aumentati del 3,3% rispetto a dodici mesi prima. Allo stesso tempo, si è ridotta la capacità di smaltire le cause iscritte a ruolo (-4,6%). Colpa anche della crescente spinta sulle Corti d’appello delle istanze di indennizzo per la legge Pinto, non a caso oggetto di un restyling a 360 gradi nel decreto varato dal Governo (si veda l’articolo a lato).
Ma come funzionerà il filtro? Il giudice di secondo grado dovrà valutare preliminarmente se il ricorso proposto ha la possibilità di essere accolto o meno. Se valuterà l’infondatezza per una “questione” di rito (per un’impugnazione presentata oltre i termini) o per un motivo di diritto (il ricorso va contro un orientamento giurisprudenziale consolidato a cui si è attenuta la pronuncia di primo grado), il giudice dovrà dichiarare l’inammissibilità con un’ordinanza e l’appello presentato non va più avanti. In caso contrario, la causa andrà avanti e sarà esaminata nella successiva udienza.
Un filtro per molti ma non per tutti i ricorsi. Saranno esclusi sia i procedimenti in cui il pubblico ministero è obbligato a intervenire (cause matrimoniali o relative allo stato e alla capacità delle persone, e comunque tutte le ipotesi previste dall’articolo 70 del Codice di procedura civile) così come qualora il ricorrente abbia scelto nel grado precedente il processo sommario di cognizione, un iter più snello rispetto alla procedura di tipo ordinario.
Le nuove norme, che scatteranno solo per ricorsi e citazioni notificate dopo trenta giorni dalla conversione in legge del decreto, non pregiudicano poi un eventuale ricorso in Cassazione per chi si è visto dichiarare l’inammissibilità dell’appello. Di sicuro, i difensori saranno chiamati a modificare strategie difensive e modalità di scrittura degli atti: un’inammissibilità dovuta alle stesse ragioni su cui si basa la pronuncia di primo grado esclude la possibilità di basare l’istanza alla Suprema corte su un vizio di motivazione contraddittoria o insufficiente. E, a guardare le prime reazioni, il nuovo scenario non sembra convincere i rappresentanti del mondo forense.

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