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Appelli, tempi e crack: la giustizia rilancia

Non con il solo rigore si esce dalle secche della crisi. Un ritornello ascoltato fino alla noia. Ma neanche gli incentivi, da soli, riescono a essere sufficienti. Ecco allora che un pacchetto sviluppo per essere ritenuto effettivamente tale, e per essere credibile dentro e fuori i confini nazionali, ha bisogno di portarsi dietro anche un corollario di riforme strutturali. Che riescano cioè a coniugare ricette per l’emergenza e interventi di più ampia portata. Appartengono a questa categoria le misure del decreto sviluppo, che attende solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, sul processo civile e sulle procedure fallimentari. E che hanno l’altro vantaggio di essere immediatamente efficaci, non richiedendo ulteriori provvedimenti di attuazione per la loro entrata in vigore.
Un doppio intervento che, da una parte, incide sul sistema delle impugnazioni (agendo sul l’inefficienza della giustizia civile, indicata dalle imprese come uno dei principali ostacoli alla crescita e allo sviluppo degli investimenti esteri) e sui meccanismi della legge Pinto fissando tempi certi per la durata dei processi; e, dall’altra parte, garantisce la «continuità aziendale» alle imprese in crisi.
Un filtro all’appello
Il Dl mette un filtro al sistema delle impugnazioni incentrato sull’ammissibilità degli appelli civili e con una parziale rimodulazione dei motivi di ricorso in Cassazione. Il giudice di secondo grado, qualora valuti che la richiesta non abbia una ragionevole probabilità di essere accolta, potrà decidere di dichiarare inammissibile il ricorso. Una novità che parte dal presupposto che nel nostro sistema giudiziario civile il 68% dei giudizi di appello si concluda con la conferma della sentenza di primo grado. Il filtro non scatta però nelle cause in cui è previsto l’intervento del pm o quando in primo grado si sia usato il procedimento sommario di cognizione. Procedimento introdotto dalla riforma del 2009, usato raramente, me molto efficiente visto che in media le cause vengono definite in meno di un anno, tanto che il Dl sviluppo punta ancge a rafforzare proprio il ricorso a questo strumento.
Con il nuovo iter processuale il giudice potrà dichiarare l’inammissibilità dell’appello con un’ordinanza, se le possibilità di accoglimento sono pari a zero o estremamente basse. In questo caso la sentenza di primo grado sarà impugnabile in Cassazione. In caso di “bocciatura” il ricorso alla Suprema corte sarà ammissibile per motivi di legittimità. Limitato anche il ricorso in cassazione per vizio di motivazione.
La norma sul filtro, secondo il Governo, consentirà di dichiarare innammissibili circa la metà dei ricorsi in appello che generalmente confermano la sentenza di primo grado, con una riduzione dei nuovi carichi di lavoro di oltre un terzo e una conseguente riduzione dei temi dei giudizi che passerebbero dai tre anni di media attuali a poco più di due.
La durata dei processi
Non più di sei anni. È questo il limite posto alla durata dei processi dal Dl sviluppo, che interviene per definire puntualmente il concetto di ragionevole durata del procedimento introdotto dalla legge Pinto (89/2001), oltre la quale scattano i risarcimenti per l’equa riparazione, che solo nel 2011 hanno pesato sulla finanzapubblica per oltre 200 milioni. Non oltre sei anni complessivi per un giudizio definitivo e tempi ben precisi anche nei diveri gradi di giudizio: tre anni in primo grado, due in secondo, uno per la legittimità. Più un sistema di indennizzi che vanno da 500 a 1.500 euro per ogni anno di “ritardo”. Il decreto punta anche a semplificare e ad accelerare la definizione del contenzioso in materia di violazione della durata ragionevole del processo, cercando di non allargare le maglie di un bacino di domanda sucettibile di distorsioni. Prevedendo che la domanda di indennizzo venga proposta e decisa secono un meccanismo simile a quello del procedimento per deceto ingiuntivo.
Crisi aziendali
Rivista la legge fallimentare (Rd 267/1942) per migliorae l’efficienza dei procedimenti delle crisi aziendali. Correggendo alcuni difetti che non facilitavano l’accesso tempestivo delle imprese al concordato preventivo come l’insufficiente protezione del debitore durante la messa a punto del piano di ristrutturazione e la mancanza di una disciplina specifica sul concordato «con continuità aziendale» (ora regolata con un nuovo articolo alla legge fallimentare, il 186-bis) che consentisse soprattutto il proseguimento dei contratti in corso.
Seguendo il modello della legge fallimentare Usa viene prevista la facoltà per il debitore di depositare un ricorso con la semplice domanda di concordato preventivo senza necessità di produrre tutta la documentazione richiesta in modo da accedere subito alle tutele previste. Come – altra novità del provvedimento – l’accesso a un mercato di finanza interinale che consente, previa richiesta al tribunale, di accedere a finanziamenti per pagare i fornitori.

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