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Appelli notificati all’avvocato

L’appello notificato dal contribuente, che contesta un accertamento Tarsu, direttamente al comune anziché al suo difensore presso cui ha eletto domicilio, non è inesistente ma nullo. La costituzione dell’ente in giudizio, però, sana la irregolarità della notifica del ricorso. Lo ha stabilito la Commissione tributaria regionale di Milano, sezione XIX, con la sentenza 4601 del 16 settembre 2014. Per i giudici d’appello, la notifica del ricorso all’amministrazione resistente anziché, come impone la legge, al suo difensore nel domicilio dichiarato o eletto, «produce non l’inesistenza, ma la nullità della notifica stessa». E la nullità «deve comunque ritenersi sanata dall’avvenuta costituzione della parte».

In base all’articolo 53, comma 2, del decreto legislativo 546/1992 il ricorso in appello deve essere proposto nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado. Così come previsto per la proposizione del ricorso innanzi alla commissione provinciale, è inoltre richiesto il deposito dell’atto di appello nella segreteria della commissione regionale adita entro il termine perentorio di 30 giorni, a pena d’inammissibilità. Subito dopo il deposito del ricorso la segreteria del giudice d’appello chiede alla segreteria della commissione provinciale la trasmissione del fascicolo del processo, che deve contenere copia autentica della sentenza. Dal 3 dicembre 2005, poi, una copia dell’appello va depositata, a pena d’inammissibilità, anche presso la segreteria del giudice di primo grado che ha pronunciato la sentenza impugnata. Questo onere sussiste solo se il ricorso non viene notificato tramite ufficiale giudiziario. In caso d’inadempimento il giudice tributario deve dichiararne l’inammissibilità d’ufficio anche se la controparte non ne contesta l’illegittimità, considerate le ragioni di ordine pubblico processuale cui risponde il deposito in Ctp.

Con la pronuncia in esame la commissione regionale, ritenendo sanata l’irregolarità dell’appello, conferma l’orientamento giurisprudenziale che le sanzioni processuali vanno ridotte al minimo. Si allinea, dunque, alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha più volte chiarito che occorre far prevalere sempre le interpretazioni dirette a consentire al processo di giungere al suo sbocco naturale. Principio che è stato di recente ribadito dalla Cassazione con la sentenza 7645/2014.

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