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Appalti,addio alla legge Obiettivo

La legge “Obiettivo”, varata da Berlusconi nel 2001, oggetto di contestazioni e di una serie infinita di scandali, va in soffitta. L’emendamento del governo al Codice degli appalti, già approvato al Senato e che sta iniziando il suo iter alla Camera, è pronto: poche righe in cui si dispone la «soppressione» della legge 21 dicembre 2001 n.443 con modifiche, annessi e connessi. «Si torna alla centralità del progetto e alle procedure ordinarie per le grandi opere. Con il nuovo Codice avremo certezza nei tempi di realizzazione, maggiore trasparenza e una vigilanza condivisa con Anac», annuncia il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini.
Delle mirabolanti promesse che l’impianto della legge garantiva è rimasto ben poco sul terreno. Da quando il Cavaliere illustrò alla lavagna nel salotto di Porta a Porta una serie di grandi opere che avrebbero dovuto cambiare il volto dell’Italia, stando almeno alle cifre, al traguardo è arrivato ben poco. Secondo dati che oggi produce lo stesso governo, dove al ministero delle Infrastrutture, guidato da Graziano Delrio, è il viceministro Riccardo Nencini ad occuparsi della riforma, dal 2001 solo il 16 per cento delle opere ha trovato realizzazione, dei 150 miliardi previsti ne sono stati aggiudicati solo il 45 per cento.
Con la riforma viene fortemente circoscritta la formula, definita «criminogena» dallo stesso presidente dell’Autorità anti corruzione, Raffaele Cantone, del «general contractor». Questo soggetto aveva poteri assoluti, in pieno conflitto d’interessi: era infatti l’entità da controllare, ma nominava il controllore, ovvero il direttore dei lavori. Con il nuovo Codice il responsabile dei lavori sarà un soggetto autonomo, iscritto ad un Albo nazionale del ministero delle Infrastrutture, e dovrà avere specifici requisiti di moralità e professionalità.
Con una norma contenuta nella legge delega viene marginalizzata anche la famigerata pratica del «massimo ribasso»: le gare venivano aggiudicate a prezzi stracciati senza un valutazione sulla qualità dell’opera e dell’impresa. Con il nuovo Codice verrà reso prevalente per l’aggiudicazione degli appalti pubblici e dei contratti di concessione il criterio dell’offerta più vantaggiosa misurata sul «miglior rapporto qualità-prezzo ». Saranno limitati rigorosamente i casi in cui si potrà far ricorso al solo parametro del prezzo o del costo.
Dalla pratica del «massimo ribasso », con appalti siglati a prezzi insostenibili e spesso solo di facciata, emergeva il fenomeno dei contenziosi giuridici e delle conseguenti varianti sull’importo di aggiudicazione. Le variazioni progettuali in corso d’opera hanno provocato un aumento stratosferico delle spese per lo Stato pari al 118 per cento a partire dal 2001. Con il Codice la pratica delle variazioni sarà contrastata: nella fase esecutiva saranno ammesse «solo se motivate e giustificate da condizioni impreviste e imprevedibili», salvo il diritto di rescissione da parte dello Stato se la modifica supererà determinate soglie.
Alla legge Obiettivo, che prevedeva anche la pubblicazione ogni anno nel Def di costi, risorse e tempistica, mancava anche la capacità di selezionare i progetti. Il Cipe agiva come una sorta di «sportello» di decisioni prese in sede politica e spesso si limitava a mettere un chip sul tavolo ripartendo lotti e stralci, senza guardare all’opera definitiva. I tempi si sono così dilatati all’infinito tra stanziamenti, finanziamenti, attivazioni e cantierabilità. Un fenomeno che si tenterà di lasciare al passato.
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