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Appalti, salta la responsabilità solidale

Addio alla responsabilità solidale sui versamenti fiscali, multe salate per le imprese “scovate” a proporre ricorsi senza un fondato motivo, procedure di aggiudicazione più semplici per le gare pubbliche «a procedura aperta». In attesa delle riforma organica del sistema degli appalti (sulla base dei criteri di delega anticipati dal Sole-24 Ore di ieri), con il decreto sulle semplificazioni atteso venerdì in Consiglio dei ministri il Governo prova ad anticipare un serie di misure urgenti per alleggerire il peso degli adempimenti a carico di imprese e Pa e dare un taglio ai ricorsi che seppelliscono le aule dei Tar.
Responsabilità solidale. La misura di maggiore impatto è l’abolizione della solidarietà fiscale tra appaltatore e subappaltatore. La bozza del provvedimento cancella tout court le norme che impongono all’appaltatore principale di rispondere in solido con il subappaltatore delle ritenute fiscali sui redditi dei dipendenti dovute da quest’ultimo nell’ambito del contratto (commi 28, 28-bis e 28-ter dell’articolo 35 della legge 223/2006). Misure contestatissime dalle imprese e oggetto di un ping pong normativo che aveva comportato numerose modifiche nel corso degli ultimi mesi. Al momento, l’impresa principale può sciogliersi dal vincolo solo verificando il corretto adempimento dei versamenti da parte del subappaltatore. Ora tutto questo complicato meccanismo verrà spazzato via.
Liti temerarie. Arriva la stretta annunciata dal premier sui ricorsi negli appalti. Il giro di vite è contenuto in un articolo di tre righe. La misura stabilisce che «nelle controversie in misure di appalti» la sanzione pecuniaria prevista per le liti temerarie – ora ancorata all’importo del contributo unificato – può essere elevata fino al 10% del valore della causa. Una vera norma spauracchio. Basta pensare che per un appalto di un milione di euro, affidabile con procedura negoziata, la sanzione può arrivare a 100mila euro. Per non parlare dei maxi-appalti dove, calcolata in questo modo, la sanzione può arrivare a raggiungere decine di milioni di euro. L’obiettivo è chiaro: dare una sforbiciata ai ricorsi promossi “in automatico” a ogni gara. Ma c’è già chi fa notare che una norma di questo tipo – in aggiunta a contributi unificati che tra Tar e Consiglio di Stato arrivano fino a 15mila euro – possa rappresentare una compressione al diritto alla difesa tutelato dalla Costituzione.
Gare più veloci. Anticipa la riforma del codice la norma che consente alle stazioni appaltanti di aprire le buste con le offerte di gara prima della verifica dei requisiti dei concorrenti. Una misura di semplificazione prevista anche dalle direttive europee in vigore da aprile. La norma riguarda solo le gare effettuate a procedura aperta (senza pre-qualificazione delle imprese) e permette una forte accelerazione delle procedure. Le verifiche sui requisiti andranno eseguite solo sul primo classificato. Il contrappeso è l’aggravio delle conseguenze in caso di mancata dimostrazione dei requisiti. Oltre all’esclusione dalla gara e l’escussione della cauzione, sono previste multe tra 25.822 e 51.545 euro e la sospensione da uno a tre anni dalle gare pubbliche. L’iter continua con il secondo in graduatoria.
La riforma del codice. Ieri il viceministro Riccardo Nencini è tornato sulla delega alla riforma degli appalti che prevede l’azzeramento delle attuali 600 norme con un codice composto da 200 articoli. Nencini ha chiarito che la delega non andrà in Consiglio questo venerdì. E ha aggiunto di voler rafforzare il partenariato pubblico-privato con «un maggior coinvolgimento di Cassa depositi» e di voler «lavorare sui performance bond», cioè la garanzia rilasciata da banche o assicurazioni sul fatto che le grandi opere vengano completate anche in caso fallimento o inadempimento del costruttorie. Questa garanzia è peraltro già prevista dalle attuali norme sugli appalti. E a meno di proroghe dell’ultimo minuto diventerà anzi obbligatoria dal 30 giugno, rischiando di mandare in tilt il (già povero) mercato dei maxi-cantieri.
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