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Appalti, rafforzato il ruolo delle banche

Banche e istituti finanziatori devono essere coinvolti in anticipo nelle scelte sulle opere pubbliche da realizzare con capitali privati. Anche il Dl 69 – convertito nella legge 98/2013 dal Parlamento – con alcune modifiche agli articoli 143 e 144 del Codice degli appalti pubblici introduce una serie di importanti novità volte a creare le condizioni concrete per favorire la “bancabilità” e quindi il closing finanziario (ovvero il contratto di finanziamento) delle iniziative realizzate in concessione di lavori pubblici.
La principale novità consiste nel richiedere un costruttivo coinvolgimento degli istituti di credito, già dall’avvio della procedura di gara lanciata per affidare la concessione: lo scopo è quello di arrivare – diversamente da quanto è avvenuto sino a oggi – al closing finanziario a breve distanza dalla sottoscrizione del contratto di concessione con la stazione appaltante, in linea con le best practice europee.
Per la prima volta l’istituto finanziatore diventa anche formalmente uno degli attori con cui le amministrazioni pubbliche dovranno dialogare per poter impostare da subito l’operazione in modo che essa sia bancabile. Infatti il decreto “del fare” prevede che, se la concessione viene affidata con la procedura ristretta, la stazione appaltante può indire – prima della scadenza del termine di presentazione delle offerte – una consultazione preliminare con gli operatori economici invitati a presentare offerte al fine di verificare le eventuali criticità del progetto sotto il profilo della finanziabilità. In questo modo l’amministrazione può adeguare già gli atti di gara in funzione delle indicazioni ricevute e garantire l’effettiva coerenza dell’iniziativa con gli attuali parametri di bancabilità.
Anche in caso di procedura aperta, il bando di gara può prevedere che l’offerta sia corredata da una dichiarazione sottoscritta da uno o più istituti finanziatori con cui essi manifestano l’interesse a finanziare l’operazione. Non si tratta a rigore di un impegno vincolante da parte della banca, ma in ogni caso si creano anche concrete aspettative che poi quell’istituto di credito finanzierà l’iniziativa, dal momento che la manifestazione di interesse deve essere prestata tenendo conto dei contenuti dello schema di contratto e del piano economico-finanziario, e quindi all’esito – si suppone – di una approfondita valutazione della disciplina di concessione e della relativa matrice dei rischi.
Sempre nella prospettiva di agevolare il reperimento di capitale di debito, il Dl 69 ritorna sul tema cruciale dell’equilibrio economico-finanziario e chiarisce in modo fermo che quando per qualsiasi motivo indipendente dal concessionario, dovuto principalmente a un evento di cambiamento nella normativa, la sostenibilità dell’iniziativa è alterata, sorge sempre il diritto del privato a rivedere la concessione al fine di ristabilirne l’equilibrio. A ciò si lega la necessità, introdotta con il decreto, di:
– definire nella convenzione i presupposti e le condizioni su cui si basa l’equilibrio economico-finanziario dell’operazione;
– ancorare la definizione di equilibrio economico-finanziario a puntuali indicatori di redditività e di sostenibilità del debito;
– disciplinare in modo puntuale modalità e tempistiche di verifica dell’equilibrio.
Le banche, chiamate a intervenire in sede di consultazione preliminare e a manifestare il proprio interesse a finanziare l’operazione, avranno per l’appunto un ruolo decisivo nel dare alla stazione appaltante da subito indicazioni su come scrivere proprio queste previsioni della convenzione, che sono cruciali per la bancabilità dell’iniziativa.
Da adesso in poi la palla passa alle stazioni appaltanti chiamate a implementare le novità del decreto nel contesto concreto della gara e delle sue regole di trasparenza, imparzialità e par condicio. Anche se il legislatore è stato chiaro sul fronte del rischio finanziario: esso rimane a carico del concessionario e se entro un congruo termine fissato dal bando di gara – e comunque non superiore a 24 mesi dall’approvazione del progetto definitivo – il contratto di finanziamento non viene sottoscritto, la concessione va risolta e al privato non è dovuto alcun rimborso per le spese sostenute, neppure per quelle di progettazione.
Altra novità di rilievo per i lavori pubblici destinata a trovare l’ampio consenso delle imprese colpite dalla crisi economica riguarda la reintroduzione dell’anticipazione del prezzo d’appalto nella misura del 10%, in deroga al divieto già previsto dai tempi della legge Merloni.
Con la versione finale del decreto legge, l’anticipazione del prezzo prima prevista come una facoltà della stazione appaltante, è diventata obbligatoria per la Pa che la dovrà pubblicizzare nel bando. È questa una misura concreta che potrà dare ossigeno alle imprese di costruzione fino al 31 dicembre 2014 e varrà per i lavori oggetto di bandi pubblicati dopo mercoledì 21 agosto, data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. La norma (articolo 26-ter) specifica che nel caso di contratti di appalto relativi a lavori di durata pluriennale l’anticipazione andrà compensata fino alla concorrenza dell’importo sui pagamenti effettuati nel corso del primo anno contabile.

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