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Appalti digitali, attuazione zero Bankitalia: chiave per il rilancio

La digitalizzazione degli appalti è la chiave decisiva non solo per rilanciare gli investimenti pubblici garantendo trasparenza, rapidità e concorrenza, ma anche per superare il male tipicamente italiano della frammentazione delle stazioni appaltanti (che sono 32mila più alcune migliaia di scuole). È quanto afferma il direttore del Servizio Immobili e appalti di Bankitalia, Luigi Donato, dirigente di elevata qualificazione nel settore, in un documento inviato da Via Nazionale all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e in un paper firmato insieme a Massimiliano Mariconda e Matteo Mirrione e pubblicato da Astrid.

La seconda proposta «riguarda la Banca dati degli operatori economici che potrebbe essere gestita dall’Anac, in luogo del Mit» per meglio integrare altri dati e i monitoraggi svolti già oggi dall’Anac, «così costituendo una base di dati relativa agli appalti pubblici più rappresentativa ed efficace».

Gli appalti digitali – dice il documento – dovrebbero essere al primo posto dell’agenda per l’uscita dall’emergenza Covid e dalla paralisi del sistema degli appalti che ne è seguita, considerando anche che le tecnologie digitali garantirebbero una modernizzazione del sistema del procurement italiano e un risparmio di costi che la Ue stima fra il 5% e il 20%. Generalmente si contrappongono, nel settore degli appalti, due esigenze fondamentali e contrapposte, la rapidità e la trasparenza/concorrenza. «È opportuno ricordare – afferma il paper – che l’efficientamento derivante dalla digitalizzazione non operi a discapito dei presidi di trasparenza e anticorruzione ma, al contrario, si coniughi con un rafforzamento degli stessi, riducendo così il rischio di un utilizzo improprio delle risorse pubbliche».

Il documento ricorda che le norme del codice sugli appalti digitali sono inattuate. Ma la parte più interessante è la proposta che l’e-procurement diventi lo strumento principale per rendere effettiva la qualificazione e la selezione delle stazioni appaltanti italiane, prevista dall’art. 38, comma 2, del codice appalti e rimasta finora lettera morta. Una delle norme più qualificanti del codice che non è stata attuata in questi quattro anni per l’inerzia del ministero delle Infrastrutture che avrebbe dovuto proporre il Dpcm attuativo (ma la ministra De Micheli ha detto di voler attuare la norma).

Cosa propone, a questo proposito, il Servizio appalti di Bankitalia? Due interventi normativi che «darebbero il segnale di una svolta».

Il primo punta a trasformare «la disponibilità di tecnologie telematiche nella gestione di procedure di gara» prevista oggi dall’art. 38 del codice come «requisito premiante per le stazioni appaltanti» in «un requisito di base per la qualificazione». Obbligatorio, quindi, non facoltativo. Diventerebbe così un fattore di selezione reale e positiva «in termini di trasparenza, efficienza, semplificazione, contrasto alla corruzione, sicurezza giuridica, risk management, concorrenza (anche transfrontaliera) e accessibilità, spinta all’innovazione, qualità dei dati e degli indicatori di monitoraggio, risparmi di spesa». Sarebbe, cioè, «una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per operare come stazione appaltante nel mercato degli appalti». Darebbe senso alla qualificazione delle Pa ed eviterebbe l’operazione trasformistica con cui si cerca «di portare tutte le 32mila stazioni appaltanti del Paese a livello di piena capacità operativa, di elevata professionalizzazione, di completa affidabilità». Serve però una modifica legislativa al codice degli appalti (che potrebbe stare nel prossimo decreto legge semplificazioni).

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