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Appalti, «concorso esterno» ampio

Basta anche la sola presentazione di offerte di comodo per conto del clan a far scattare, contro un imprenditore non affiliato a Cosa nostra, l’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla prova della collusione, inoltre, non serve la dimostrazione di un effettivo incremento dei ricavi tra il periodo precedente l’assodata partecipazione esterna e quello di effettivo coinvolgimento con il clan: è sufficiente infatti la prova di un mero «rapporto di cointeressenza tale da produrre vantaggi (ingiusti) per entrambi i contraenti».
La Sesta sezione penale della Corte di cassazione (sentenza 30346/13, depositata ieri) torna a delimitare il perimetro dell’attività “ausiliaria” alla mafia, confermando la condanna al titolare di una cooperativa coinvolta, alla fine degli anni ’80, in operazioni per conto della cosca di Bernardo Provenzano.
Il Tribunale di Palermo nel 2004, per quelle stesse attività, aveva riconosciuto il vincolo di appartenenza diretta all’associazione, verdetto però attenuato quattro anni dopo dall’Appello, che le aveva riqualificate come «concorso esterno».
Nei due gradi di merito, scrive il relatore della sentenza finale, era emersa l’esistenza di un rapporto di consapevole e volontaria «collaborazione» della cooperativa con Cosa nostra «attraverso un’attività di illecita interferenza nell’aggiudicazione degli appalti pubblici, con reciproco vantaggio costituito, per l’imputato, dal conseguimento di commesse e, per il consorzio criminoso, dal rafforzamento della propria capacità di influenza nello specifico settore imprenditoriale». Una ricostruzione meramente indiziaria, contestava la difesa, a cui, tra l’altro, sarebbe mancata la prova dell’effettiva utilità ottenuta dal consorzio, atteso che non era stato riscontrato un incremento di lavoro tra il “prima” e il “dopo” del patto scellerato.
Ma proprio il dato contabile, sottolineano i giudici di Cassazione, non è tra gli indici necessari di “mafiosità esterna” cui fare riferimento, perchè, ai fini della contestazione dell’articolo 110 del Codice penale associato al 416–bis, è sufficiente offrire «la propria disponibilità al mantenimento di tale sistema». Disponibilità che può ben manifestarsi attraverso la collaborazione nell’aggiudicazione di licitazioni private di imprese “prescelte”, ma anche fornendo offerte di comodo, o ancora concorrendo nella fase della turbativa per arrivare a controllare le offerte arrivate da imprese «non manovrabili» e adeguare quindi l’offerta “collusa”.
Quindi, argomenta la Sesta penale, per il «concorso esterno», disegnato dalla Corte già a partire dal 2005 (sentenza 46552/05, confermata dalla successiva decisione 39042/13) basta «un rapporto sinallagmatico di cointeressenza» con la cosca mafiosa, tale da produrre vantaggi reciproci. In particolare l’imprenditore colluso avrà «una posizione dominante sul territorio grazie all’ausilio del sodalizio, il cui apparato intimidatorio si è reso disponibile a sostenerne l’espansione negli affari, in cambio della sua disponibilità a fornire risorse, servizi o comunque utilità al sodalizio medesimo». E tutto ciò a condizione che manchi, in capo all’imprenditore servente, sia l’affectio societatis sia l’inserimento nella struttura organizzativa della cosca. Condizioni che porterebbero, ovviamente, a una contestazione più grave rispetto al semplice concorso esterno.

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