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Appalti: attuazione a Draghi, proposta al Consiglio di Stato

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega di riordino del codice degli appalti: è il provvedimento numero 3 del cronoprogramma attuativo del Pnrr dopo il Dl semplificazioni/governance e il Dl reclutamento. È una delega classica, molto simile a quella che fu approvata con la legge 11/2016 per varare il codice (che però aveva un’infinità di criteri per l’esercizio della delega), ma presenta – almeno nella bozza circolata ieri – alcune peculiarità soprattutto sul percorso di attuazione della delega legislativa. La proposta dei decreti legislativi spetterà, infatti, non solo al ministro delle Infrastrutture, che è il titolare della materia, ma anche al Presidente del Consiglio e – cosa davvero poco utilizzata – al Consiglio di Stato.

Il testo del disegno di legge ha infatti riesumato una norma del 1924, il regio decreto 1054, testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato, che all’articolo 14, punto 2°, dispone che il Consiglio di Stato «formola quei progetti di legge ed i regolamenti che gli vengono commessi dal Governo». Per gli «schemi redatti dal Consiglio di Stato» – dice il Ddl – non sarà ovviamente necessario acquisire il parere del Consiglio stesso.

Ancora una volta, quindi, il premier tende a privilegiare in una materia delicatissima politicamente una soluzione assolutamente tecnica, tenendo per sé il parere di proposta, lasciandolo al ministro delle Infrastrutture, che è un tecnico, ed estendendolo a un organo di consulenza “tecnica” del governo, quale è il Consiglio di Stato in questa veste.

Quanto al merito del disegno di legge fra i criteri di delega vanno segnalati gli «obiettivi di stretta aderenza alle direttive europee» (argomento certamente ben accolto dai critici dell’attuale codice 50/2016), la «forte riduzione numerica» delle stazioni appaltanti, la digitalizzazione e informatizzazione dell’iter dell’appalto, una generale semplificazione delle procedure (in inevitabile raccordo con il decreto semplificazioni), l’incentivo al ricorso a «procedure flessibili» come il dialogo competitivo, il rilancio del partenariato pubblico-privato. Capitolo a sé sulle concessioni con un «divieto di proroga dei contratti di concessione, fatti salvi i principi europei in materia di affidamento in house».

Il ministro per le Infrastrutture e la mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, ha spiegato il senso che il governo dà al provvedimento che ora andrà all’esame del Parlamento: «L’obiettivo – ha detto – è aumentare l’efficienza del sistema degli appalti, garantire una migliore gestione degli investimenti pubblici, rendere più rapide le procedure assicurando tempi certi per la realizzazione delle opere in linea con i principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Lo scopo è fare presto e fare bene, aumentando la sicurezza dei luoghi di lavoro, la tutela dei lavoratori, la trasparenza e la legalità».

Giovannini – che ieri ha incontrato anche il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann – ha anche ricordato che la riforma del codice appalti dovrà puntare anche a «un più stretto legame tra normativa nazionale e direttive europee, prestando una particolare attenzione alla qualificazione delle stazioni appaltanti con il potenziamento e la specializzazione del personale». Massima semplificazione delle procedure per gli investimenti in tecnologie verdi e digitali «e per l’innovazione e la ricerca, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu, così da aumentare il grado di eco sostenibilità degli investimenti pubblici». Nei bandi di gara saranno inserite «clausole sociali e ambientali come requisiti necessari o premiali dell’offerta al fine di promuovere la stabilità occupazionale, l’applicazione dei contratti collettivi, le pari opportunità generazionali e di genere».

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