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Apertura dell’Fmi ad Atene

«Ci sono delle valide ragioni per estendere (dal 2012 al 2014, ndr) la scadenza accordata alla Grecia perché metta in opera il suo programma per il pareggio di bilancio», ha dichiarato Gerry Rice, portavoce dell’Fmi nel corso di una conferenza stampa ieri a Washington.
Il portavoce ha citato uno studio dello staff del Fondo monetario di marzo in cui già si anticipava che ci sono buoni argomenti per un’estensione, ma che questa dipende dalla disponibilità dei finanziamenti. Un segnale di apertura molto importante perché l’Fmi è estremamente severo nella fase di predisposizione degli accordi e di successivo controllo degli obiettivi prefissati, ma si dimostra più flessibile, rispetto ai Paesi Ue, quando si rende conto che i target sono tecnicamente irraggiungibili.
Insomma se dipendesse dal “realista” Fmi se ne potrebbe parlare visto che la recessione sarà al 7% del Pil quest’anno contro il 4,3% previsto solo a marzo, ma bisogna avere l’appoggio di Unione europea e Bce che dovrebbero mettere altri 20 miliardi di euro oltre ai 173 miliardi già stanziati per dare due anni supplementari di respiro ad Atene. Materia scottante, in questi tempi di crisi.
A rincarare la dose è arrivato il giallo di Thanos Catsambas, direttore presso l’Fmi nel quale rappresenta la Grecia, che prima avrebbe detto al Wall Street Journal e poi smentito che il Paese ha bisogno di «un terzo salvataggio». Questo dovrebbe avvenire attraverso altri prestiti o con l’accettazione di altre perdite sul debito greco in possesso di partner europei e Bce. Catsambas ha precisato che sarebbe «irrealistico» assumere che la Grecia possa colmare questo deficit con le sue sole forze.
Alcuni funzionari dell’Eurozona hanno fatto trapelare la notizia che in Europa si sta lavorando a un’ipotesi di «ultima risorsa» per abbattere il debito greco e tenere il Paese nella moneta unica, con la Bce e le banche centrali nazionali che stanno pensando a una ristrutturazione significativa del valore dei bond greci in loro possesso, il cosiddetto Official sector involvement, (Osi), cioè il coinvolgimento dei creditori pubblici dopo quello dei privati (Psi), già costato 100 miliardi agli investitori.
Ieri il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, in visita ad Atene, ha rassicurato la Grecia che le due banche francesi presenti nel Paese, Société Générale e Crédit Agricole nonostante le grosse perdite subìte «resteranno nel sistema bancario greco».
Nel frattempo la troika (Ue, Fmi e Bce) è ad Atene per verificare se l’Esecutivo ha trovato i tagli da 11,5 miliardi di euro da approvare per il biennio 2012-14, proprio quelli che il Governo Samaras vorrebbe posticipare e che hanno già scatenato le proteste dei sindacati greci che hanno convocato uno sciopero generale per il 26 settembre, il primo da quando si è insediato in giugno il nuovo Esecutivo. Al centro della protesta vi sono le nuove misure di austerità richieste dai creditori internazionali, che prevedono i nuovi tagli alla spesa: senza questi tagli a pensioni e salari dei dipendenti pubblici, non arriverà la tranche di aiuti da 31,5 miliardi di euro che ad Atene si vocifera non arriverà comunque prima del mese di novembre.
Il problema è che l’opinione pubblica europea, soprattutto tedesca, è sempre più ostile a nuove concessioni ad Atene, ma un’uscita della Grecia dall’Eurozona sarebbe – secondo il Fondo monetario internazionale – potenzialmente disastrosa e più costosa di un ulteriore salvataggio.
In settimana il premier greco ha incontrato il presidente della Bce, Mario Draghi, per rassicurarlo sulla volontà di proseguire con le riforme e per verificare la possibilità di una parziale cancellazione del valore dei bond greci in mano alla Bce. La crisi greca si avvicina al terzo atto.

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