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Apertura ai giuristi d’impresa

di Simona D'Alessio  

Un percorso di studi in comune (la facoltà di giurisprudenza) e un'eguale passione per il diritto associano due categorie professionali (una consolidata nei secoli, l'altra nata in tempi assai recenti, ma con buone prospettive evolutive) abituate a brandire il codice: gli avvocati da un lato ed i giuristi d'impresa dall'altro.

Lo sbilanciamento numerico fra le due componenti è enorme, poiché i liberi professionisti del foro, custodi gelosi dell'indipendenza delle proprie prestazioni, in Italia sono circa 230 mila, mentre coloro che hanno intrapreso la strada del lavoro dipendente di assistenza legale per conto di un'azienda, in base a un approssimativo calcolo, sarebbero almeno 5 mila.

Le sorti e le istanze di questi esperti giuridici, che vantano un contratto di assunzione, vengono affrontate in alcuni aspetti della riforma della professione forense che, dopo l'approvazione a palazzo Madama, caratterizzata da un iter alquanto lungo e travagliato, è ora al vaglio dei deputati, e si prevede che possa venire approvata ormai senza ennesimi ritocchi. «Il disegno di legge (di cui il Consiglio nazionale forense, per bocca del suo presidente Guido Alpa, ha sollecitato il via libera definitivo ancora la scorsa settimana, nel corso dell'inaugurazione dell'anno forense, sebbene «non ottimale», ndr), infatti, pur mantenendo la riserva ai soli avvocati iscritti all'albo dell'attività di consulenza legale e assistenza stragiudiziale, ha, però, espressamente attribuito ai giuristi d'impresa la possibilità di prestare l'attività di «consulenza legale e assistenza stragiudiziale», riconoscendo così, secondo l'Aigi, l'associazione che raggruppa tali professionisti, una situazione che, di fatto, è già largamente diffusa.

Un punto fondamentale (dall'associazione aspramente criticato, mentre l'avvocatura lo ritiene, al contrario, un principio da non mettere neppure in discussione) del testo riguarda, poi, il mantenimento dell'incompatibilità dell'iscrizione all'albo con qualsiasi attività di lavoro subordinato, eccezion fatta per l'elenco speciale in cui figurano gli avvocati di enti pubblici e i docenti di materie giuridiche; i legali dipendenti avevano proposto di modificare questo punto, poiché a loro avviso ciò dà luogo a «una disparità di trattamento tra aziende pubbliche e private operanti nei medesimi settori economici, configurando una violazione sia dell'art. 3 della Costituzione sotto il duplice profilo dell'uguaglianza formale e di quella sostanziale», nonché contravvenendo a quanto prevede l'art. 41 della Carta, in relazione all'impedimento della libertà di iniziativa delle aziende private di organizzare la propria assistenza legale come meglio credono.

Perché, allora, si domandano i membri degli uffici legali di varie realtà produttive, disseminate nel territorio nazionale, non si predispone, come è avvenuto per gli avvocati di strutture pubbliche un elenco (annesso all'albo) ad hoc per tutti colori i quali hanno optato per il lavoro subordinato? La categoria, inoltre, premette che, qualora l'iniziativa venisse accettata, andrebbe da sé che agli iscritti non sarebbe permesso in alcun modo di assumere la difesa in giudizio del proprio capo, o di terzi ad esso collegati; in aggiunta, poi, per figurare nella particolare lista, secondo l'Aigi sarebbe opportuno ricorrere a una disciplina «analoga a quella degli avvocati dipendenti di enti pubblici, che preveda la presentazione di una dichiarazione del datore di lavoro, dalla quale risulti la stabile costituzione di un ufficio legale con specifica ed esclusiva attribuzione della trattazione degli affari legali», e le stesse logiche «dovrebbero essere applicate alle previsioni sull'accesso alla professione e al praticantato».

Appare chiaro, a questo punto, che le posizioni fra i due versanti professionali sono molto distanti e non agevolmente conciliabili. Ma, almeno, si può provare a conoscersi in modo più approfondito e provare ad individuare delle soluzioni ai problemi che verranno esposti.

È con questa finalità, pertanto, che questa settimana partiranno i lavori di una nuova commissione di studio, all'interno dell'Ordine degli avvocati di Roma presieduta da Antonio Conte, composta da esponenti dell'elenco speciale e da legali dipendenti, e non appartenenti ad alcun foro. Uno scambio alla pari, dunque. Gli esperti giuridici interni ad un'impresa, infatti, non accettano di essere considerati figli di una dea (della giustizia) minore.

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