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Antitrust, l’occhio severo della Ue

Prima Google, ora Gazprom. Le motivazioni sono diverse, certo. Ma è evidente che la Commissione europea, in tema di Antitrust, si è fatta più interventista. E non è tutto (e solo) merito del cambio della guardia alla Dg Concorrenza, dove la danese Margrethe Vestager ha sostituito il commissario Almunia. Già nel 2014 l’azione della Ue contro l’abuso di posizione dominante si era intensificata sia come numero di procedure di infrazione aperte, sia come ammontare di sanzioni comminate.
A ricordarlo è l’ultimo report sui Global Antitrust Trends dello studio Clifford Chance, che, per inciso, segue il tema molto da vicino: Thomas Vinje, responsabile della Global Antitrust Practice della law firm, è il legale che assiste FairSearch, l’associazione delle imprese (da Microsoft a Nokia, passando per Expedia) che ha puntato il dito proprio contro la posizione dominante di Google.
L’anno scorso, ricordano gli esperti di Clifford Chance, dalla Commissione è partito il numero più alto di azioni contro i cartelli degli ultimi cinque anni. Tra mercati finanziari, settore delle costruzioni e trasporti, nel 2014 l’Authority Ue ha dato luogo a procedere in ben dieci casi e ha comminato sanzioni per un totale di 1,69 miliardi di euro.
«In materia di cartelli – spiega l’avvocato Luciano Di Via, partner di Clifford Chance responsabile dell’area Antitrust per l’Italia – gran parte dei procedimenti origina da dichiarazioni di imprese “pentite” nell’ambito del Leniency programme, che concede l’immunità al membro del cartello che denuncia per primo il cartello stesso».
Chi si autoaccusa, insomma, non paga la multa. Il che ultimamente ha reso il fare outing particolarmente conveniente. Così, per esempio, è successo a Rbs, che insieme a JpMorgan era stata accusata dalla Commissione europea di aver fatto cartello sui derivati in franchi svizzeri: Rbs si è avvalsa del programma per l’immunità e le è stata risparmiata una multa da 110 milioni, mentre JpMorgan si è ritrovata da sola a pagare oltre 61 milioni di euro.
Se invece che agli organismi dell’Unione guardiamo alle authority Antitrust dei singoli Paesi, il 2014 ha visto Germania, Francia e Italia nel gruppo di testa dei più virtuosi. Nel senso che qui i controlli sono stati maggiori e le multe più alte. «La Germania – ricorda l’avvocato Di Via – tra i grandi Paesi europei è quello ad aver comminato le multe più alte contro i cartelli industriali. Il totale supera il miliardo di euro e si concentra soprattutto nei settori dell’alimentare e del commercio elettronico».
Anche la Francia ha erogato sanzioni per quasi un miliardo. E se i 184 milioni di euro di multe dell’Italia in valore assoluto possono sembrare pochi, si tratta pur sempre di un discreto aumento rispetto ai 111 milioni comminati nel 2010 e ai soli 8 milioni del 2013.
Il grosso delle multe dell’Antitrust italiana, l’anno scorso, è andato a Roche e a Novartis (182 milioni di euro), colpevoli di aver fatto cartello sulla commercializzazione di Lucentis, un farmaco costoso per le patologie della vista, a discapito del ben più economico Avastin. Le altre due sanzioni riguardano la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (830mila euro) e il Consiglio nazionale forense (912mila euro), in entrambi i casi per ragioni legate alla pubblicità professionale. «In questo primo trimestre del 2015 – ci aggiorna l’avvocato Di Via – l’Antitrust italiana ha già stabilito sanzioni in materia di cartelli per un totale di 46 milioni di euro: riguardano il comparto del calcestruzzo, alcune gare in Piemonte e altre, relative ai servizi assicurativi per il trasporto pubblico locale, in cui sono rimaste coinvolte Generali e UnipolSai».
Meno virtuose, in Europa, sono state la Gran Bretagna e la Spagna: in entrambi i Paesi, infatti, le multe per cartello sono diminuite sensibilmente. «Nel caso del Regno Unito – spiega Di Via – molto è da ricondurre al ricorso ai programmi di leniency, che come nel caso dell’Unione europea permettono a chi si autodenuncia di non pagare la multa».
Londra e Madrid a parte, nel suo insieme è certo che l’Europa ha ritrovato slancio nella battaglia contro le violazioni al principio della libera concorrenza. In quali direzioni si incanalerà di più, questo suo rinnovato attivismo? Il tema della tassazione intesa come aiuto di Stato è senz’altro uno degli ambiti di maggiore interesse: da Apple in Irlanda a Starbucks in Olanda, passando per Fiat e Amazon in Lussemburgo, sono in aumento le multinazionali in grado di contrattare trattamenti fiscali di favore.
Attenzione anche ai pericoli del parlare in pubblico: «Sempre più Authority – spiega Di Via – sono portate a considerare come un vero e proprio scambio di informazioni le dichiarazioni pubbliche delle imprese che riguardano la propria politica commerciale». Soprattutto se omologhe comunicazioni vengono fatte, a stretto giro di posta, dai loro concorrenti.

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