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Antiriciclaggio più comunicativo

Autorità fiscali e unità di intelligence finanziaria devono parlarsi di più. Dietro il fenomeno del riciclaggio si celano infatti numerose tipologie di reati che non sempre possono essere individuate con indagini svolte singolarmente: evasione fiscale, corruzione, riutilizzo di denaro illecito e finanziamento del terrorismo sono spesso facce diverse della stessa medaglia. Per tali motivi gli stati devono procedere su due fronti: da un lato eliminare le barriere normative che impediscono alle autorità fiscali di avere il più ampio accesso possibile alle segnalazioni di operazioni sospette (Sos) ricevute dalle unità finanziarie; dall’altro i governi devono implementare la struttura informatica e le procedure per agevolare la massima efficacia nell’utilizzo delle Sos. È quanto raccomanda l’Ocse, che ha pubblicato il rapporto «Improving co-operation between tax and anti-money laundering authorities», in occasione del 4° forum sul crimine finanziario che si è svolto ad Amsterdam nei giorni scorsi.

L’organizzazione parigina ha sollecitato già dal 2010 l’adozione di procedure integrate che consentano di sviluppare i controlli antiriciclaggio su più livelli. Tuttavia, segnala il rapporto, nonostante l’aumentata attenzione al fenomeno da parte dei governi «le autorità fiscali sono spesso ostacolate nella loro capacità di individuare e segnalare gravi reati a causa di una mancanza di accesso, o di un accesso limitato, ai dati riguardanti le Sos».

Il rapporto è basato su una serie di sondaggi effettuati in 28 paesi, inclusa l’Italia, sulle diverse forme di cooperazione in essere tra amministrazione finanziaria e Uif. «I risultati evidenziano una grande varietà di pratiche in termini di possibilità di accesso da parte delle autorità fiscali alle Sos», spiega l’Ocse, «per differenti scopi e diverse modalità operative». Circa l’80% dei paesi partecipanti al sondaggio presenta una qualche forma di collaborazione tra tax authority e intelligence finanziaria, prevalentemente con lo scopo di prevenire reati fiscali. Il dato scende al 70% quando si tratta di materia civile (evasione senza strascichi penali). Numeri che appaiono confortanti, ma non secondo l’Ocse. «Rimangono troppe le occasioni mancate per aumentare l’efficacia della lotta contro i crimini finanziari e l’evasione», prosegue lo studio, «e non ci riferiamo solo ai paesi in cui non c’è alcuna collaborazione, ma anche alla maggior parte degli stati dove forme di cooperazione sono già previste».

Gli esiti dell’indagine mostrano che solo nel 20% dei paesi considerati le amministrazioni fiscali hanno accesso diretto e illimitato ai dati riguardanti le Sos, in applicazione di quello «unfettered access model» raccomandato dall’organizzazione. In molte altre giurisdizioni, invece, sebbene il quadro normativo preveda tale possibilità, «restano significativi ostacoli legislativi o procedurali che di fatto limitano tali accessi». Per esempio in alcuni casi è necessario che i verificatori fiscali abbiano già in mano seri elementi probatori a carico del contribuente per poter accedere alle Sos, o in altri nei quali la Uif interpellata non ha alcun obbligo di risposta.

Tali margini di miglioramento dovrebbero sollecitare i governi a mettersi a un tavolo e a cercare standard comuni di comportamento. «Ci sono vari modelli per ottenere l’accesso da parte dell’amministrazione fiscale alle segnalazioni di operazioni sospette, ognuna con particolari punti di forza e debolezza», conclude l’Ocse, «gli stati dovrebbero ricercare quello strumento che, muovendosi nell’ambito della propria cornice normativa, offra flessibilità operativa e accesso senza limitazioni».

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