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Antiriciclaggio, Italia al top in Europa per segnalazioni: il 40% è base per le indagini

Assicurazioni, banche, organi di investimento, ma anche operatori di giochi, professionisti, case d’asta, operatori di moneta virtuale, operatori di criptovalute. L’attività di supervisione della nuova Autorità antiriciclaggio annunciata dalla Commissione europea non si limiterà agli operatori finanziari, ma allargherà il campo d’azione a tutti i soggetti obbligati a rispettare le normative antiriciclaggio e, soprattutto, a fare le segnalazioni sulle operazioni sospette. Il vero punto di forza per l’attività di contrasto al riciclaggio è proprio qui: nella capacità di spingere il network di operatori, finanziari e non, a fare segnalazioni di qualità e ad avere Unità di informazione finanziaria nazionali in grado di accogliere quei dati, passarli al setaccio e girarli all’autorità giudiziaria. Un’attività nella quale l’Uif italiana è prima in Europa: quasi 120 mila le segnalazioni ogni anno (erano 12 mila dieci anni fa), di queste il 40% costituiscono la base per l’attività di indagine dall’autorità giudiziaria. In Francia, uno dei paesi europei più vicini all’Italia come efficacia dell’attività di contrasto al riciclaggio (172 segnalazioni all’anno per 100 mila abitanti, contro 190 in Italia, evidenziano i dati raccolti dall’Abi, anche se un obbligo di fornire questi dati non esiste) solo il 10% delle segnalazioni dà seguito a indagini giudiziarie. La Germania (139 segnalazioni ogni 100 mila abitanti) in realtà ha presidi antiriciclaggio molto bassi e solo negli ultimi la Uif locale sta collaborando con le altre Unità europee nello scambio di informazioni, anche perché a lungo l’Unità di informazione è stata solo un presidio di polizia e non un pool attrezzato per l’analisi finanziaria come ad esempio sono le strutture Uif/ Banca d’Italia. Non è un caso che in Germania– come in altri paesi nordeuropei – possano crescere fenomeni di opacità e scarsa trasparenza come quello della banca fintech N26 denunciato in questi giorni sulle pagine de IlSole24Ore. D’altro canto, la preoccupazione oggi di chi si occupa di antiriciclaggio è rappresentata dalle nuove frontiere delle valute digitali, delle criptovalute e degli operatori di moneta virtuale. Realtà che sono sottoposte alla normativa antiriciclaggio, ma che sfuggono attraverso un varco che fino a qualche tempo fa consentiva anche ai money transfer di farla franca. Le normative comunitarie (oggi siamo arrivati alla quinta direttiva sul riciclaggio) hanno un basso livello di armonizzazione normativa tra i paesi e quindi lasciano spazio per atteggiarsi in maniera differente di fronte al rischio di riciclaggio. La norma, ad esempio, pone l’obbligo di fare segnalazioni su operazioni sospette a chi ha una presenza fisica nel paese in cui opera: il punto è che gli operatori di valuta virtuale e di cripovalute hanno sede all’estero ma operano in Italia attraverso piattaforme che sono tuttora esentate da quest’obbligo. La Uif italiana è riuscita poco tempo fa ad arginare i money transfer facendo imporre per legge l’obbligo a carico degli agenti che operano in Italia.

Non è un caso allora che possano proliferare i cyberattacchi con richieste di riscatto in Bitcoin. «Questi criminali chiedono il pagamento di riscatti con criptovalute. In Italia e all’estero non sono una novità, ma vanno combattuti con strumenti nuovi. Penso all’Autorità europea antiriciclaggio, sede giusta sarebbe proprio l’Italia che nel contrasto al riciclaggio è all’avanguardia», aveva detto nei giorni scorsi il nuovo presidente del Copasir, Adolfo Urso, richiamando la proposta del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, di portare la sede in Italia. La creazione dell’Autorità, che però non sarà operativa fino al 2023, può arginare questi fenomeni. Di pari passo con la sua istituzione sarà varato un “rule book”, un nuovo codice europeo più armonizzato e cogente: la discussione sulla proposta avanzata dalla Commissione europea a livello comunitario, e che sfocerà nel trilogo, prenderà il via il mese prossimo. Il rule book avrà regolamenti autoapplicativi che non dovranno essere recepiti dai parlamenti dei singoli paesi. Tra queste norme ci sarà anche l’obbligo a carico degli operatori su piattaforma di fare segnalazioni. Nel frattempo l’Uif italiana forse riuscirà a far passare una norma in materia in Italia; ci ha provato, ma sinora senza successo. La nuova Autorità europea sarà un sistema che fa perno su due meccanismi. Quello principale è legato alle Uif , le cui funzioni sono incardinate su realtà nazionali che hanno rapporti con gli organi investigativi: ad oggi, anche grazie al ruolo propositivo e di coordinamento dell’Unità italiana, le direttive europee prevedono la costituzione di una piattaforma di coordinamento, Uif.Net, per lo scambio di informazioni e per rendere omogenei i poteri delle diverse unità. L’Italia era il candidato naturale per guidare il meccanismo unico di coordinamento (nel 2016 l’organismo internazionale Gafi ha definito di elevato livello le analisi della Uif italiana). Il secondo perno è il ruolo di supervisione, con controlli in via diretta sugli operatori nazionali. La Commissione europea ha deciso di riunire le due funzioni in un’Autorità dopo lo scandalo della banca danese Danske nel 2019, il caso monstre di riciclaggio da 200 miliardi attraverso la filiale estone, e di introdurre un giro di vite nelle normative comunitarie in materia. L’eccellenza dell’Italia in fatto di contrasto colloca in paese in pole position per ospitarne la sede: primato, in verità, che discende dalla forte esposizione del paese ai rischi di riciclaggio per via della diffusione dell’evasione fiscale, della corruzione e della criminalità organizzata. L’interesse del nostro paese è legato al fatto che avere controlli di alto livello e una normativa dura in Italia non basta se poi ci sono “buchi” nel sistema europeo perché non tutti i paesi hanno Uif in grado di ricevere e analizzare informazioni oppure, come emerso nel caso di Malta, non sono in grado di avere un sufficiente livello di autonomia dell’Esecutivo. La presenza dell’Autorità in Italia può dare benefici in termini di capacità del sistema italiano di adeguarsi alle norme europee. Ma consentirebbe al paese di spingere gli altri paesi meno efficaci nella prevenzione a fare id più. L’Authority vigilerà sull’applicazione dei regolamenti Ue e potrà avvalersi di quel potere discrezionale che oggi istituzioni come la Bce hanno nei confronti delle banche in materia di rispetto dei requisiti prudenziali. «Il governo italiano ha già confermato che a tempo debito avanzerà una candidatura italiana per la sede – osserva Patuelli -. È anche possibile che la normativa Ue stabilisca che la nazionale e la città candidate a ospitare quell’Autorità debbano avere requisiti specifici».

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