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Antiriciclaggio, innesco fiscale

Tutti i dati acquisibili dalla Guardia di finanza nello sviluppo di segnalazioni di operazioni sospette o nei controlli antiriciclaggio, ivi compresi quelli ritraibili dai fascicoli dei clienti, e non solo quelli registrati, potranno essere utilizzati in via diretta ai fini fiscali. È quanto deriva dalla sostituzione delle vigenti previsioni dell’articolo 36 con quelle di cui all’art. 9 del novellato decreto antiriciclaggio approvato in via definitiva dal consiglio dei ministri e in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Le modifiche normative.
Fino a oggi nell’art. 36, comma 6 del dlgs 231/07 si disponeva che i dati e le informazioni registrati negli archivi antiriciclaggio erano utilizzabili ai fini fiscali. Con l’abrogazione degli obblighi di registrazione, sostituiti con quelli di conservazione, la norma in merito all’utilizzabilità ai fini fiscali dei dati acquisiti nella verifiche antiriciclaggio transita in modo ampio nell’ultimo comma del nuovo art. 9. Tale disposizione riveste un’indubbia importanza rispetto alla previgente disciplina che richiamava in modo espresso all’art. 36, comma 6, la possibilità di utilizzo fiscale esclusivamente e limitatamente per i dati annotati nei registri/archivi antiriciclaggio. È evidente, infatti che la nuova precisazione normativa elide ogni dubbio sulla possibilità della Guardia di finanza di impiegare ai fini fiscali in modo completo tanto gli esiti di controlli antiriciclaggio quanto quelli degli approfondimenti di operazioni sospette.

I riflessi operativi. Nella sostanza il legislatore ha formalizzato quanto già previsto da altre disposizioni normative e in particolare dall’art. 2, comma 5, del dlgs n. 68/2001, laddove si afferma che ai fini dell’assolvimento dei compiti assegnati alla Guardia di finanza continuino ad applicarsi, per i fatti che possano configurarsi come violazioni fiscali, le disposizioni di cui all’art. 36, ultimo comma, del dpr 600/1973.

Accade spesso, infatti, che la Guardia di finanza agendo con poteri diversi (quali quelli penali) acquisisca informazioni relative a fatti aventi un rilievo fiscale.

D’ora innanzi ciò sarà possibile in via generale anche nell’ambito dei controlli antiriciclaggio e nelle attività di sviluppo delle segnalazioni di operazioni sospette. Si pensi, per esempio, alle informazioni che la Guardia di finanza, che esegue l’ispezione antiriciclaggio, potrà acquisire riscontrando i dati contenuti nei server dello studio e nei fascicoli dei clienti (corrispondenza mail con il cliente, documenti contenuti nei fascicoli delle prestazioni professionali, elaborazioni contabili eseguite dal Ced ecc.); tali informazioni potranno quindi transitare direttamente sul piano tributario e costituire la base per contestazioni fiscali non solo nei confronti del professionista ma anche nei confronti dei clienti dello stesso.

In tale contesto le situazioni di possibile utilizzo concreto sono molteplici e i dati acquisiti ai fini antiriciclaggio potrebbero essere impiegati per esempio:

– per qualificare situazioni di abuso del diritto, riscontrando nella documentazione del cliente dello studio operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti;

– per identificare situazioni di evasione parziale, rilevando nei documenti consegnati dal cliente al professionista ovvero al Ced eventuali transazioni non fatturate;

– per acclarare situazioni di costi non inerenti ovvero sovrafatturati tanto nei confronti del professionista quanto nelle posizioni dei singoli clienti dello studio.

In definitiva il legislatore risolve alla radice le questioni ancora dibattute sulla possibilità di un utilizzo ai fini fiscali degli esiti dei controlli antiriciclaggio, situazione questa che il nuovo decreto oggi consente, apertis verbis, in modo ampio e diretto. Al riguardo va però osservato che non avendo la norma disciplinato in modo specifico le modalità di impiego fiscale dei dati antiriciclaggio, questi, una volta transitati in ambito tributario, dovranno essere impiegati dall’amministrazione finanziaria secondo le regole proprie che governano l’istruttoria tributaria.

Del pari, nel caso della procedura di sviluppo delle segnalazioni di operazioni sospette dovrà essere mantenuto comunque il segreto sull’identità dei professionisti che hanno effettuato le segnalazioni, con la conseguenza che il nominativo del soggetto segnalante non potrà in alcun modo essere speso in campo fiscale da parte degli organi di controllo procedenti.

Luciano De Angelis e Giovanni Barbato

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