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Antiriciclaggio, flop del pubblico

Irrisorio il contributo dato nel 2018 dagli uffici della pubblica amministrazione nel contrasto al riciclaggio. Emerge dai dati pubblicati dall’Unità di informazione finanziaria-Uif (si veda ItaliaOggi del 16/1/2019) che fa il bilancio dell’anno circa le comunicazioni di operazioni sospette inviate. Già nel 2015 l’Uif «accusava» la p.a. di fare poco o nulla nel comparto antiriciclaggio, nonostante fosse inserita tra i soggetti obbligati alla segnalazione di operazione sospetta sin dal 2004 attraverso il dlgs n. 56. Nella relazione annuale di quell’anno, nel rimarcare come le minacce di riciclaggio in Italia stessero diventando sempre più significative a causa della diffusione e della pervasività della criminalità organizzata, della corruzione e dell’evasione fiscale, l’ufficio operante presso la Banca d’Italia poneva l’accento proprio su quanto poco sino a quel momento avessero fatto gli uffici pubblici, soprattutto in considerazione della loro esposizione all’incidenza della corruzione nei settori degli appalti e dei finanziamenti pubblici. Va segnalato tuttavia che, in base al comma 2 dell’art. 41 del dlgs 231/2007 (prima della modifica avvenuta nel luglio 2017), il ministero dell’interno avrebbe dovuto emanare, subito dopo l’entrata in vigore del decreto antiriciclaggio, appositi indicatori di anomalia con riferimento agli uffici della p.a.. Tali indicatori sono stati pubblicati però solo nel settembre 2015. Nel report Uif 2016, la p.a. riesce a fare anche peggio dell’anno precedente: a fronte delle 21 segnalazioni inviate nel 2015, l’anno successivo si ferma a dieci, peggior risultato di sempre. Solo nel 2017 si iniziano a raccogliere i frutti di una sensibilizzazione sempre crescente, anche grazie ai protocolli di intesa tra la nuova autorità anticorruzione (Anac) e l’UIF stessa. E così nel primo semestre del 2017 vengono inviate da parte degli uffici della p.a. ben 60 segnalazioni di operazioni sospette. Proprio quando le cose sembravano andare verso la giusta direzione, il legislatore, con l’attuazione della quarta direttiva europea in materia di antiriciclaggio, attraverso il dlgs 90/2017 ha scelto di «decurtare» gli uffici della p.a. dal novero dei soggetti obbligati all’invio delle Sos, decidendo di prevedere un adempimento assai «simile»: la comunicazione di dati e informazioni concernenti le operazioni sospette di cui vengano a conoscenza nell’esercizio. Una metamorfosi letterale per far rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta, addirittura creando un articolo ad hoc per la p.a. (art. 10 del dlgs 231/2007) ma obbligando al nuovo adempimento solo gli uffici della p.a. più esposti al riciclaggio: quelli che hanno a che fare con appalti, concessioni e finanziamenti, immobili e commercio. Cosa è cambiato davvero? Le sanzioni. Precedentemente infatti la p.a. soggiaceva alle sanzioni previste per tutti gli attori (sanzione pecuniaria dall’1 al 40% dell’importo dell’operazione non segnalata). Oggi invece in caso di inosservanza delle prescrizioni di cui all’art. 10 del dlgs 231/2007 la sanzione prevista è quella «dirigenziale» ai fini dell’art. 21, comma 1-bis, del dlgs 165/2001. Sanzioni più «congeniali» agli attori coinvolti, ma resta il dubbio su quanto possano essere efficaci. La cartina di tornasole potrebbe essere proprio il dato statistico pubblicato nei giorni scorsi: 43 segnalazioni (meglio, «comunicazioni») nel 2018 a fronte delle 70 dell’anno precedente. Un dato che confrontato con il continuo aumento delle segnalazioni inviate dagli altri attori (obbligati) messi a presidio dell’attività antiriciclaggio, e soprattutto relazionato al continuo aumento dei procedimenti giudiziari in materia di corruzione e/o reati collegati al mondo appalti, fa sorgere qualche domanda, tipo: siamo certi che chi dovrebbe provvedere alla comunicazione sa di doverlo fare e come? Ad oggi sono pochi gli enti pubblici che hanno ottemperato all’obbligo sancito dal dlgs 231/2007 sulla formazione dei dipendenti. Forse si dovrebbe partire da qui.

Giuseppe Sciarretta

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